Le pagine di Franco Vite

"Quello che abbiamo è quello che ci siamo presi
e quello che ci siamo presi è solo una piccola parte
di cui abbiamo bisogno". Assalti Frontali

Capitolo 1
la Repubblica.
Un anno desaparecido

Sta nel fondo dei tuoi occhi.
Sulla punta delle labbra,
sta nel corpo risvegliato
nella fine del peccato.
Nelle curve dei tuoi fianchi
Nel calore del tuo seno.
Nel profondo del tuo ventre.
Nell'attendere il mattino.
Sta nel sogno realizzato,
sta nel mitra lucidato.
Nella gioia e nella rabbia,
nel distruggere la gabbia.
Nella morte della scuola,
nel rifiuto del lavoro.
Nella fabbrica deserta,
nella casa senza porte...1

1.1  Chi Lama il settantasette?

Il Settantasette comincia con la "Circolare Malfatti" (dal nome dell'allora Ministro della Pubblica Amministrazione) del 3 dicembre 1976. Essa prevede l'introduzione di due livelli di laurea, la suddivisione dei docenti in due ruoli distinti (ordinari e associati), la creazione di una gerarchia piramidale di organi di gestione, dove, ovviamente, ai professori ordinari è garantita la maggioranza, il controllo rigido dei piani di studio, l'abolizione degli appelli mensili e il raggruppamento degli esami in due sessioni (estiva ed autunnale), l'aumento delle tasse di frequenza, restando inalterato il fondo per gli assegni di studio2.

Da quel momento il fuoco brucia nella prateria ad altissima velocità, e in pochi giorni tutta l'Italia è sconvolta da una nuova girandola di occupazioni, come non se ne erano più viste dal 1968.

I primi mesi del 1977 sono altrettanto caldi, con agitazioni e occupazioni in tutti gli atenei del paese, ma la situazione esplode il primo febbraio: a Roma i fascisti del Fuan fanno un'incursione nella città universitaria. Respinti dagli studenti si coprono la fuga sparando, ferendo gravemente alla nuca Guido Bellachioma, del collettivo di Lettere. La facoltà, già in agitazione, viene occupata.

Il giorno successivo viene indetta una manifestazione di protesta convocata dai sindacati, a cui aderiscono Fgci, Fgsi, Pdup e Ao3.

L'assemblea di lettere non aderisce e organizza un corteo verso via Sommacampagna, dove ha sede il Fronte della Gioventù. A piazza Indipendenza le squadre speciali del Ministero degli Interni disperdono il corteo a colpi di mitra. Cadono feriti Paolo Tommasini e Leonardo ``Daddo'' Fortuna, in seguito accusati di tentato omicidio nei confronti dell'agente Domenico Arboletti, a sua volta gravemente ferito4.

Nello stesso giorno la Commissione Pubblica Istruzione della Camera impegna Malfatti a sospendere a tempo indeterminato la circolare del 3 dicembre.

Questo non ferma il movimento, che al contrario continua ad allargarsi nel paese con nuove occupazioni e grandi manifestazioni (15.000 persone a Napoli il 3 gennaio, in una manifestazione che vede, oltre che agli studenti, la partecipazione di operai, precari e disoccupati; 30.000 a Roma il 9 gennaio, 8.000 a Bologna il 10 gennaio).

Il 15 gennaio, a Roma, 300 militanti del Pci spalancano i cancelli della Sapienza occupata e approvano una mozione che condanna <<le aggressioni ai docenti democratici, l'invasione del rettorato, gli atti di vandalismo>>, annunciando un <<confronto>> tra gli studenti e il segretario della Cgil Luciano Lama5.

Il 17 il ``confronto'' inizia alle 7 e 30, con l'ingresso del servizio d'ordine sindacale che prende possesso di Piazza della Minerva, strappando dai muri tutti i manifesti e cancellando tutte le scritte che ritenute offensive. Alle 10 inizia quello che da subito si capisce vuole essere un comizio. Nessun intervento studentesco è permesso, e quando l'ala creativa del movimento, i famosi indiani metropolitani6 iniziano a lanciare slogan sarcastici nei confronti degli ``invasori'' e alzano un pupazzo che rappresenta il leader sindacale con la scritta ``I Lama stanno in Tibet'', il servizio d'ordine attacca gli studenti (30 feriti, medicati all'infermeria di Lettere e al Policlinico).

A quel punto inizia il tafferuglio, che costringe Lama a finire in fretta e furia il comizio e ad andarsene. Il servizio d'ordine viene travolto, il palco sfasciato e gli ``aggressori'' costretti ad abbandonare l'università.

Dopo gli incidenti interviene la polizia, chiamata dal rettore Ruberti, che sgombera la facoltà.

Questa lunga cronaca serve solo a mò di introduzione ai pochi articoli che la Repubblica dedica al movimento del settantasette nel 1997. Il primo dei quali, del 10 febbraio, scritto da Luca Villoresi7, inizia proprio con la ``cacciata'' di Lama dall'università a Roma e già dal titolo si capisce la ``poetica'' del giornalista e del giornale tutto: E venne l'anno della P38

Le poche righe di prima dovrebbero servire a far capire come il settantasette non sia iniziato con quel 17 febbraio. Nel resto di questo lavoro si vedrà come il settantasette sia stato anche altro, oltre che alla P38.

Il settantasette? E chi se ne ricorda? [...] sarebbe praticamente impossibile spiegare a un ventenne d'oggi l'alchimia di un movimento di autonomi, femministe e indiani metropolitani capace di bollire in un unico pentolone, a fuoco vivissimo, marxismo e dadaismo, droga ed ecologia, radio libere e filosofie orientali, il tutto condito da un pizzico di autodistruzione e da una cucchiaiata di lotta armata, una spezia dal gusto forte, capace di cancellare tutti gli altri

8.

Inizia così l'articolo di Villoresi, per descrivere il ``clima'' di quel 17 febbraio 1977, e di tutto il settantasette, senza il minimo approfondimento, mischiando piani e momenti diversi, dando come scenario una violenza generalizzata e poco altro. Citare il dadaismo o le radio libere, ma descrivere minuziosamente solo i fatti di violenza, significa voler dare di quell'anno una connotazione limitata. Sempre la stessa.

Il settantasette inizia sulla scia della delusione per le elezioni del 20 giugno 1976. Le speranze della sinistra, parlamentare e non, di arrivare alla maggioranza relativa, vengono infrante dall'ennesima vittoria della Democrazia Cristiana. Gli effetti di quella che venne vissuta da tutta la sinistra come una sconfitta si fecero sentire rapidamente. Poco dopo le elezioni ci fu lo scioglimento di Lotta Continua, deciso al congresso da un gruppo dirigente che molto aveva puntato sulla vittoria elettorale, e che si trovava messo in discussione dalla componente femminista del partito e dall'ala più estremista, quella che gestiva il servizio d'ordine. Villoresi cita anche lo scioglimento di Potere Operaio, che però è del 1973 e non del 1976 come viene detto9. Comunque tutti i gruppi escono malconci dalle elezioni, provocando un ritorno a quelle dinamiche e tematiche che emersero già nel '68, ma che ebbero vita breve.

La crisi dei gruppi segna una sorta di ritorno del represso. Rispuntano lo spirito libertario e lo spontaneismo del '68 fino ad allora ingabbiati dalle ortodossie e dalle burocrazie del marxismo leninismo. Il ``personale'', a lungo soffocato dal ``politico'' e dai rigori della militanza, reclama la sua parte alzando le insegne del femminismo e quelle di ogni possibile diversità. C'è chi si dà all'autocoscienza, chi si fuma gli spinelli, chi si avvia sulla china dell'eroina. Il fronte degli interessi si allarga a temi fino a quel momento considerati troppo borghesi

10.

C'è in questo brano il riassunto di almeno dieci anni di vita di un movimento, se non di piu' movimenti. Quella parte del movimento del '68 che divenne minoritaria nel giro di pochi mesi, quella antiautoritaria, libertaria, che fondava il proprio agire sul quotidiano e sulla politica vista come parte integrante della propria vita. Una parte che poi portò a Re nudo, mitica rivista che, in pochi anni, unì migliaia di giovani e meno giovani che iniziarono ad incontrarsi in feste collettive in cui il proprio vissuto aveva la stessa importanza della formazione politica in cui si militava, se non di più; che portò al movimento femminista, a concetti come ``il personale e politico'' che furono deflagranti tanto quanto le elezioni del giugno '76; che portò all'esperienza dei Circoli del Proletariato Giovanile (da ora CPG)11, predecessori dell'odierna esperienza dei Centri Sociali Autogestiti12. Con tutte la sua intelligenza e forza, con tutte le sue debolezze, e le sconfitte.

Chi si <<dava all'autocoscienza>> spesso si fumava gli spinelli, e anche questo era (ed è, talvolta ancora oggi), un gesto ``politico''; l'eroina divenne una piaga per il nostro paese dopo la stagione dei movimenti, in particolarmodo dalla fine degli anni '70 per esplodere con i primi anni '80. E non sono i movimenti che devono rispondere di questa vergogna.

Le armi della critica, però, verranno presto cancellate dalla critica delle armi. La compagna P38 impone la sua linea. E il movimento del '77, che a settembre, nel convegno nazionale di Bologna, anzichè trovare una ragione di unità finirà per sanzionare l'incompatibilità delle sue anime, si impelaga in una cronologia sempre più drammatica. [...] La lotta armata è già attiva e sebbene il fenomeno sia ancora limitato è ormai ben delineato dalla formazione dei suoi gruppi storici

13.

Questa dotta parafrasi dà la misura della filosofia de la Repubblica. Un percorso, quello che ci propone Villoresi, lineare, chiaro nella sua conclusione. Dal '68 al '77 c'è una parte del movimento di contestazione che, quando in maniera evidente, quando ``carsicamente'', porta tensioni non solo politiche, o almeno non classicamente politiche. Queste possono vedersi negli studenti dei primi mesi del '68 stesso, nel femminismo, anche negli indiani metropolitani (nonostante tutto). Quella parte di movimento che Villoresi dice sia essere animata da <<spirito libertario>> e spontaneista. Giustamente. Parte, però, che è condannata a venire nuovamente ``sconfitta'' da quella ``violenta'', quella dei burocrati dei partiti extraparlamentari prima e dagli ``autonomi'' poi (definizione che vale per tutti e tutte coloro che, in qualsiasi modo, fanno anche della violenza uno strumento di lotta).

Fu un sessantotto ritardato, esacerbato, meno fantasioso. Sembra fatto apposta, quel Settantasette, a dar ragione ai denigratori delle radiose giornate di nove anni prima, a chi vi vede il seme nascosto della violenza politica. [...] Le ansie libertarie manifestatesi nella contestazione sessantottina danno l'impressione di diventare meri pretesti di sopraffazione. E' l'università, come allora, il primo teatro delle gesta giovanili. Qui, con le minacce a docenti di ogni sfumatura culturale, e la quasi aggressione tentata ai danni di Luciano Lama nei viali della Sapienza, la ``generazione del '77'' ha fatto in febbraio il suo esordio

14.

Appunto: con Nello Aiello il settantasette diventa, definitivamente, la fucina del terrorismo. Non ci sono più le femministe, le radio libere, le sperimentazioni linguistiche e di vita, ma solo ed unicamente violenza ed emarginazione. Anche gli indiani metropolitani non sono che l'immagine eclatante di questa situazione.

Il "settantasettino'' ha una fisionomia sconcertante. ``La sua faccia è tinta con i segni dei pellerossa'', lo descrive Alberto Ronchey sul Corriere della Sera. [...] Alberto Asor Rosa li considera gli esponenti tipici di una seconda società (Le due società si chiamerà un suo saggio15), fatta di emarginati, di senza lavoro, di esclusi dal quel mondo di certezze di cui il Pci è il difensore accreditato sotto il mantello di una moderata partecipazione ai vantaggi del potere. Siamo agli esordi del compromesso storico, che per questi giovani ultrà s'identifica con la ``repressione''

16

La <<fisionomia sconcertante>> di cui parla Aiello non produce alcuna curiosità, ma rifiuto e paura. La ricchezza di un movimento che non nasce quell'anno per poi sparire, ma che ha le radici, come dice lo stesso Villoresi, negli articoli citati, già nel '68, per emergere in seguito, e con forza, dal 1975 in poi, non è minimamente indagata.

Che dalla Francia una parte dell'intelighenzia solidarizzasse con il movimento italiano, non solo non induce in una rilettura di quel periodo, ma serve a gettare discredito su quella parte della cultura d'oltralpe che ha sempre dato fastidio: Sartre, Deleuze, Guattari, Foucault, che neanche viene citato.

L'appello firmato da centinaia di intellettuali francesi nell'estate di quell'anno, in appoggio al Convegno contro la repressione che si sarebbe tenuto a settembre a Bologna, oggi come allora viene deriso se non condannato.

L'Italia che emerge da quel testo è un paese autoritario, caduto sotto il dominio di un ``partito unico'', nato dalla somma Dc+Pci. Il ``collante'' di questo mostro politico è, appunto, la soppressione di dello Stato di diritto. Si tratta di una lettura alquanto semplicistica dell'Italia del '77, fra intemperanze degli autonomi, delitti delle Brigate Rosse, agguati, ferimenti, devastazioni, ``gambizzazioni'' e assassinii di intellettuali, sindacalisti, giornalisti, agenti di polizia. I tentativi del governo di arginare questa deriva, magari anche maldestri e improvvisati, vengono liquidati come persecuzione del dissenso

17.

Leggere <<si tratta di una lettura alquanto semplicistica>> lascia onestamente esterefatti. In poche righe Aiello riesce a parlare di tutto, eccetto che del movimento del settantasette. Gli assassinii, le gambizzazioni non furono fatte dai giovani e dalle giovani militanti del movimento.

Definire <<maldestra e improvvisata>> la legislazione ``speciale'', messa in atto proprio nel '77 dal governo italiano, e ancora oggi in vigore, questo è veramente semplicistico. Chi, sventuratamente, si avvicini alla storia del settantasette attraverso questo genere di articoli, ne avrebbe una visione quantomeno limitata; per non dir di peggio.

Ad aiutare questa lettura c'è il Partito Comunista Italiano, che in quell'anno è il principale avversario del movimento. E la Repubblica lo sottolinea con forza.

E i comunisti? [...] Li conoscono, questo si, e li giudicano. Malissimo. Il sindaco di Bologna Renato Zangheri ha chiamato ``teppisti'' i giovani extraparlamentari. Giancarlo Pajetta ha parlato di ``marcia su Bologna''. Enrico Berlinguer, gli autonomi li ha definiti manzonianamente ``untorelli'', aggiungendo che ``non riusciranno a spianare'' la città emiliana. [...] ``Lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo'', insiste Berlinguer, i 'movimentisti del '77' ``non sono definibili con altro termine se non quello di nuovi fascisti''

18.

Meriterebbe un lavoro a parte l'atteggiamento del Pci nei confronti del movimento del settantasette e dei movimenti extraparlamentari degli anni settanta in genere. Queste brevi note, riportate con gusto da Aiello bastano, in questa sede, a dare la misura di un rapporto che non è mai stato cercato, anzi. Definire i militanti del movimento di quell'anno <<fascisti>> è come una dichiarazione di guerra. Considerando che i veri fascisti non stavano a guardare, come la storia delle stragi, di cui il nostro paese è stato insanguinato, sta a dimostrare.

1.2  Nessun erede, qualche superstite

<<Che fine hanno fatto i ragazzi del '77? Eclissati>>19 Così inizia un articolo di Villoresi, in cui viene data la parola a persone che, in qualche modo, hanno fatto o avuto a che fare con il movimento del settantasette.

A differenza di altri militanti, quelli del settantasette, nella loro maggioranza, hanno fatto la scelta di chiamarsi fuori, <<senza cambiare identità>>. C'è chi è passato per il terrorismo e chi per la droga; chi <<ha cambiato idee e stile di vita, ed è diventato irriconoscibile>>; chi è <<rimasto nelle trincee dell'opposizione estrema>>20.

Gli eclissati, per l'appunto, disertori di una politica che, già nel 1978, imponeva scelte secche (o di qua o di là) senza lasciare troppo spazio a chi non voleva stare ``nè con lo stato nè con le br''

21.

Villoresi, in queste annotazioni, dà al termine ``politica'' una connotazione strettamente militante. Non c'è politica se non in un partito-gruppo-collettivo; il resto è vita privata. Chi, di quella generazione, continua a fare attività, è rimasto <<nelle trincee dell'estrema sinistra>>, o è un irriducibile22. Molti e molte, invece, senza far successo o carriere particolari, come è accaduto a tanti sessantottini23, hanno scelto una strada diversa.

Un universo molto più ampio di quello che si racconta, perchè per uno che si è messo sotto i riflettori, ce ne sono altri mille che che non vogliono fare notizia e continuano a fare quello che devono e credono giusto senza troppa pubblicità: maestri a sinistra delle loro classi, psicologi che lavorano nei quartieri, padri che hanno pulito il sedere ai bambini, madri che insegnano ai loro figli a credere nelle cose in cui loro hanno creduto

24

Queste parole di Piertro Bernocchi, uno di quelli che per il nostro giornalista è rimasto nelle trincee, dicono molto di quelle persone. Gente che ha avuto nei rapporti di vita, nelle relazioni, molto della propria militanza. Un atteggiamento, questo, che spesso, se non sempre, risulta inspiegabile per chi vede nella politica una cosa che, in un modo o nell'altro, deve avere la maiuscola davanti.

Un'infornata di quarantenni che, bruciata la sua stagione in pochi mesi, sembra aver coltivato una vocazione non ancora ben messa a fuoco dai sociologi, ma tratteggiata, ad esempio, dai personaggi di certi film di Gabriele Salvatores: quelli che si sono chiamati fuori, senza cambiare identità

25.

E' significativo come, ancora oggi, quello che non è spiegabile vada in qualche modo esorcizzato attraverso l'analisi ``scientifica'', come se ci si trovasse di fronte ad un pericoloso virus. In questo caso l'''esperto'' evocato e' il sociologo, ma sarebbe potuto tranquillamente essere lo psicologo.

Altrettanto interessante è notare come il vecchio metodo idealista, quello che faceva dire a Benedetto Croce che il fascismo è stata una parentesi della storia italiana, si ripresenti nelle pagine di un quotidiano progressista alla fine del millennio. Chi ha fatto il settantasette non ha storia, non ha un futuro (se ne è <<tirato fuori>>), e non ha un passato: ha bruciato <<la sua stagione in pochi mesi>>. Una meteora inesplicabile, una parentesi della storia italiana che, come la Repubblica dimostra, va raccontata quasi sottovoce. Come se una mattina del febbraio 1977 centinaia e migliaia di più o meno giovani, colti da improvvisa follia, si fossero riversati in strada, scalmanati e inferociti, e altrettanto repentinamente se ne fossero tornati a letto, tranquilli, una sera del settembre dello stesso anno.

Eppure c'è molta storia, prima e dopo, in quella generazione. La prima generazione che sia cresciuta nella piena modernità. Giovani dalla scolarità lunghissima e generalizzata, come mai si era vista nel nostro paese; con una grande consuetudine a rapportasi con quelli che poi sarebbero stati definiti ``media''; con la percezione, per la prima volta, della caratteristica ``globale'' del nostro tardo novecento. Una generazione che ha fatto proprie, e in alcuni casi ha creato, parole d'ordine che mai s'erano sentite prima. Slogan che però avevano la qualità di essere immediatamente messi in atto. Così il ``rifiuto del lavoro'' non veniva solo urlato nelle piazze e nei giornali, ma veniva messo in pratica, con un ribaltamento totale della propria vita quotidiana.

Ma ancor di più, una generazione che ha deciso di fare della propria vita un percorso autonomo, e che della propria autonomia ha fatto una ragione di vita. In tutti i campi.

Una generazione che poco ha potuto contro i mostri.

La deriva terroristica e quella dell'eroina, due fenomeni che pure hanno segnato l'autodistruzione di una parte del '77, in termini quantitativi rappresentano una porzione irrilevante rispetto alle decine di migliaia di persone che erano scese in piazza. Cosa hanno fatto tutti gli altri? Molti hanno messo a frutto l'esperienza di quell'ondata di creatività sul piano comunicativo. E si sono trovati lavori centrati per l'appunto sulla comunicazione finendo sul mercato come pubblicitari, giornalisti, editori... Molti operai giovani, specie al nord, hanno rifiutato il lavoro salariato fisso e sono diventati piccoli imprenditori o lavoratori saltuari inseriti in un ciclo di lavoro flessibile

26.

Così sintetizza Sergio Bianchi, giovane militante dei CPG, esule a Parigi dopo il 1978, attuale direttore di una delle maggiori riviste teoriche dell'''antagonismo'' italiano.

Descrive un percorso che già allora, a metà degli anni settanta, alcuni intellettuali del movimento avevano profilato, e che molti di quei giovani avevano cercato di fare proprio. A proprio modo.

Leggendo questi articoli, queste interviste, viene da chiedersi chi sono i ``reduci''. La capacità di rapportarsi al contemporaneo, (a quei temi che oggi sono tanto di moda, ma che già vent'anni fa erano negli indici delle riviste di movimento), è stata propria, e in parte lo è ancora, di questa generazione.

Vingt ans apres, monsieur Bifo, un sindaco c'è ancora, un movimento no. Chi aveva dunque ragione? <<Questa domanda fa parte del grande fraintendimento del '77. Quel movimento non si proponeva vittorie politiche e annientamento del nemico. I toni erano esasperati, quell'anno, non perchè Zangheri fosse un criminale patentato, che non era, ma perchè percepivamo un grande pericolo>>. Quale? <<Gli anni Ottanta. Il sopravvenire di un'epoca di barbarie scatenata, l'epoca dei post, postmoderno, postindustriale, forse postumano, che è quella in cui viviamo oggi. La vedevamo in anticipo su tutti. Liotard scrive il suo saggio solo un anno dopo>>. Non e' senno di poi? <<Parlavamo e scrivevamo già allora di comunicazione orizzontale, di reti non gerarchiche... Rileggere per credere.>>

27
.

Non poteva assolutamente mancare l'intervista a Franco Berardi, ``Bifo'' allora come oggi. Che dice, però cose molto interessanti, tra lo stupore e lo scetticismo dei Smargiassi. Il movimento del settantasette, così come quello di CPG28, furono un potente veicolo di socializzazione dei saperi. La produzione di riviste e giornali, fogli volanti e fanzine fu immensa29, così come la produzione di informazione. Tanto che sono stati scritti alcuni libri e saggi specifici su questo argomento30. Affermare, come fa Bifo, che il movimento del settantasette <<non si proponeva vittorie e annientamento del nemico>>, è destrutturare completamente il comune sentire. Ma è quello che il movimento di allora, o almeno, il movimento di cui era parte Bifo, faceva e diceva: nel giugno del 1977 A/traverso31 titolava, ``La rivoluzione è finita. Abbiamo vinto32''.

Anche sull'argomento ``violenza'' Bifo non si tira indietro, anche se, come sempre in questi casi, la colpa è degli altri.

Comunque, gli spari che assassinarono Lorusso segnarono l'inizio della quaresima. E dopo il caotico convegno di settembre molti di voi scelsero la lotta armata. <<Molti scelsero, anzi, furono scelti, dall'eroina: non dimentichiamoci questo. Alcuni sì, scelsero la clandestinità. Ma io continuerò sempre a negare qualsiasi derivazione meccanica del terrorismo dal Movimento. C'è la prova provata: a Bologna gli atti di terrorismo furono pochissimi, i terroristi bolognesi sono andati a militare in altre città: la risposta terrorista era più vecchia del pensiero che avevamo elaborato>>. Vi era chiara questa differenza? <<Chiarissima. Nostra colpa fu non averla esplicitata fin dal primo giorno, per uno stupido senso di omertà, o per la giusta paura di introdurre letali tensioni nel movimento. Così a settembre il convegno sulla repressione fu la scena della sopraffazione politica di una minoranza di retrogradi leninisti su una maggioranza che cercava la forma di una nuova convivenza, non di un'organizzazione armata>>

33.
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Come vedremo dopo, parlando de il manifesto, anche Bifo vede nella <<minoranza violenta>> la causa della fine di un movimento, che operò una <<sopraffazione politica>> nei confronti della <<maggioranza>> che cercava un nuovo modo di vivere. A mio avviso, questa è una lettura molto faziosa delle vicende di quegli anni, assolutoria, direi. La storia della fine degli anni settanta, e dei primi anni ottanta è anche la storia della ritirata di quella generazione. Sicuramente una ritirata più dignitosa rispetto ai militanti del precedente ciclo di lotte.

Comunicazione e tivù negli anni Ottanta hanno pescato a piene mani dallo spirito del '77. Ma c'è una differenza fra noi e certi cinici di Lotta Continua che affolano le televisioni di Berlusconi. Loro, persa la speranza, si sono ricostruiti integralmente dall'altra parte, accettando tutti i valori degli anni Ottanta. Noi non abbiamo mai smesso di pensare che potremmo incontrarci ancora da qualche parte

34.

Ma è stata anche storia di violenza, subita e inferta. In taluni, disperati casi, folle e cieca. In altri uno strumento di lotta ragionato35. Non fare i conti con questa caratteristica che tutti i movimenti degli anni settanta hanno avuto, significa non voler fare i conti con quelle storie.

Non poteva, infine, non esserci un parallelo tra il movimento del settantasette e quello, a noi contemporaneo, dei Centri Sociali Autogestiti (da ora Csa). Collegamento che c'è, essendo i Csa nati proprio alla metà degli anni settanta36. <<I linguaggi creativi e il gergo telematico, le radio libere e le reti>>, ci dice la Lipperini, sono possibili punti di contatto; ma tante sono le differenze, <<anche perchè non esiste il movimento del 1997...>>37

Dal '77 - spiega Sandrone Dazieri, esperto di culture giovanili e a lungo militante del milanese Leoncavallo - i centri sociali hanno mutuato, differenziandole, non poche tematiche: riappropiazione delle aree cittadine, autogestione della vita, conflittualità verso ogni forma di dominio. La rottura col passato è avvenuta soprattutto sul terreno della comunicazione: il cyberpunk è stato considerato eretico da molta parte della generazione del '77, che guardava con molta attenzione ai mezzi di informazione, ma con molto sospetto alla tecnologia, che invece può essere usata, e lo si è visto, in forma sovversiva

38.

Mi pare evidente la diversa declinazione che danno i testimoni del termine e del concetto di politica, rispetto a quella data dai giornalisti de la Repubblica fin qui incontrati. Anche nella testimonianza di Dazieri emergono con forza quelle caratteristiche che furono peculiari del settantasette: il rifiuto di ogni potere e la volontà di <<autogestione della vita>>; caratteristiche che sono proprie anche del ``movimento'' dei Csa, al di là delle differenze. Per la Lipperini, soprattutto differenze: <<anche perchè non esiste il movimento del 1997...>>.

Questa incapacità di scorgere il diverso rapporto con la categoria di ``politico'' che i giovani militanti di allora, così come quelli di oggi, avevano, diventa anche incapacità di leggere, di dare una lettura storica degli avvenimenti di quegli anni. Una stagione che mette in discussione le categorie fondanti dell'agire politico, in maniera tale che i suoi effetti si vedono ancora oggi in molti ambiti, andrebbe studiata cercando di capire come e perchè si sono mossi i suoi protagonisti. Dice ancora Sergio Bianchi:

Il 1977 - dice - ha portato alle estreme conseguenze il ciclo di esperienze maturate nel Novecento intorno all'immaginario rivoluzionario classico. E ha consumato, dunque, la politica nel suo complesso: da quel momento non è stato più possibile immaginare che la politica potesse governare l'esistente. Da qui, e dalle dirette influenze del No future del punk, nasce un preciso atteggiamento dei centri sociali: nessun futuro, nel senso di nessuna politica possibile, ma secessione e rottura con l'esistente

39.

1.3  Il silenzio degli innocenti

E' evidente, spero, la diversa lettura che danno di quei mesi i protagonisti e i giornalisti de la Repubblica, e quest'ultima citazione ne é il momento più evidente.

Il giornale romano, in un anno, pubblica cinque (5) articoli per parlare di un movimento che, comunque sia, sconvolse il nostro paese per molti mesi, scomodando l'intervento di capi di partito, di ministri, di tutori dell'ordine, in tutte le loro forme.

Cinque articoli per parlare di un movimento che, come é stato accennato, e come io penso, modificò radicalmente il modo di fare e di vivere la politica per molta gente, e per molto tempo.

I giudizi che vengono dati del movimento del settantasette, per la loro superficialità e inconsistenza, hanno dello stupefacente. Un silenzio assordante, che proprio per questa sua evidenza diventa interessante.

Come mai un disinteresse così totale? Questa domanda, quasi banale, ha delle radici molto profonde, che partono dal mondo della storia ``accademica'', altrettanto indifferente a questi temi. Così indifferente, che anche la Repubblica se ne accorge.

E gli anni Settanta irruppero prepotentemente su quotidiani e Tv. In modo sgangherato, confuso, per segmenti parziali e contraddittori [...]. Una rappresentazione stridente, che mescola memorie divise e antagonistiche, tanto più rumorosa quanto più dissimula omissioni, reticenze, imbarazzo. Perché, degli anni Settanta, sarebbe vano ricercare uno spartito consolidato. E' il decennio più chiacchierato ma meno studiato della storia d' Italia, il "più incanaglito" lo definisce Gian Enrico Rusconi, il più rimosso e irrisolto. Un buco nero con il quale gli italiani non hanno mai fatto i conti: né sul piano giudiziario né su quello storiografico

40.

Effettivamente, poco é stato scritto sugli anni settanta dalla storiografia italiana, se non qualche saggio divulgativo, spesso se non sempre incentrato sul sessantotto, o qualche contributo in volumi collettanei. La mole maggiore di titoli sull'argomento arrivano da giornalisti e i risultati lasciano spesso a desiderare41.

Fare i conti con gli anni Settanta - risponde L. Massimo Salvadori, significa misurarsi con un passato non ancora digerito, con un' eredità un po' ingombrante. Si tratta del decennio repubblicano che vide il più grave attacco allo Stato democratico. Studiare il terrorismo comporta riconoscere che non si trattò di un fenomeno isolato, senza radici: il terrorismo rosso s' avvalse della solidarietà di alcune centinaia di estremisti extraparlamentari; il terrorismo nero beneficiò della regia di apparati dello Stato. [E sul versante del terrorismo rosso, riconoscerne il radicamento] significa denunciare le insufficienze della sinistra istituzionale - sia del Pci che del Psi su piani diversi - e d' una intera classe dirigente, fortemente screditata dalle radicali lacune dei governi di centrosinistra e dalla dilagante corruzione. Quando centinaia di giovani si trasformano in militanti clandestini e poi finiscono per diventare terroristi, il loro distacco dalla realtà sociale é il prodotto di una grave inadeguatezza delle forze politiche che può essere ancora oggi imbarazzante analizzare

42.

Le parole di Massimo Salvadori, insigne storico di tradizione marxista, sono indicative di alcuni aspetti del rapporto tra la storiografia italiana (quella di sinistra, in particolar modo) e la storia degli anni settanta.

Gli anni settanta sono stati il <<decennio repubblicano che vide il più grave attacco allo Stato democratico>>. Null'altro. Studiare quegli anni significa <<studiare il terrorismo>>. Le lotte studentesche e operaie, le conquiste democratiche ottenute grazie a quelle lotte, il cambiamento dei costumi avvenuto proprio in quegli anni, non sono mai avvenuti. Due generazioni di giovani italiani e italiane si sono formati in quegli anni, anni in cui tutto il modo di vivere, in particolar modo dei giovani, cambia radicalmente. Ma quando si pensa a questo, l'unica cosa che viene da dire, a Massimio Salvadori, riguarda il distacco dalla realtà di coloro che scelsero la via del terrorismo. Tutti gli altri e le altre, invisibili.

Eppure non é sempre stato così, ci ricorda Giovanni De Luna.

A vent' anni dal 1945 esistevano moltissime opere storiograficamente consolidate sulla Resistenza. Come spiegare dunque questa lacuna sui Settanta? Hanno certo un peso rilevante motivazioni soggettive: oggi la gran parte della storia contemporanea vede protagoniste persone che hanno partecipato al Sessantotto. Deve evidentemente esserci qualcosa nel vissuto degli storici che rende difficile lo studio di quegli anni. [Non è operazione semplice] passare dall' autorappresentazione fatalmente edificante alla consapevolezza critica e al distacco necessario

43.

L'esempio é calzante. Il ``classico'' della storiografia italiana sulla Guerra di Liberazione é del 195344; erano quindi passati solo otto anni dalla fine della ``resistenza'', eppure c'era già chi iniziava a ragionare sull'argomento da un punto di vista storiografico, e non solo giornalistico o memorialistico45. Eppure anche in quegli storici c'era la materialità di un'esperienza finita da poco. Esperienza non priva di traumi, reticenze, conflitti46, ma comunque affrontata.

Come mai questo silenzio assordante, sugli anni settanta? Per rispondere adeguatamente a questa domanda, sarebbe necessario un lavoro di ricerca molto più approfondito di quel che questo paragrafo mi consenta. Tuttavia le citazioni riportate sopra danno la possibilità di fare qualche riflessione.

Riconoscere il radicamento delle lotte degli anni settanta (del terrorismo, dice Massimo Salvadori), <<significa denunciare le insufficienze della sinistra istituzionale - sia del Pci che del Psi su piani diversi - e d' una intera classe dirigente, fortemente screditata dalle radicali lacune dei governi di centrosinistra e dalla dilagante corruzione47.>> Un radicamento che va oltre il Partito Comunista e il Partito Socialista, in molti casi contro. Partiti, in particolar modo quello Comunista, che storicamente hanno avuto il ``monopolio'' delle lotte sociali, e che proprio a partire dal sessantotto e per tutti gli anni settanta gli é stato levato. Su questo argomento ha scritto delle pagine molto belle Marco Revelli48.

La sfida era dunque alta, tale da raggiungere il cuore del `moderno' principe (il quale poteva, appunto, rimanere tale finché avesse mantenuto il monopolio della legittimazione operaia). E da modificarne nel profondo il rapporto con quella dimensione costitutiva del `politico' nella modernità compiuta che é la `mobilitazione', trasformandola per la prima volta da risorsa a minaccia. Da moltiplicatore della credibilità istituzionale spendibile sul mercato politico (come era avvenuto dal 1945 in poi in Italia) in fattore di potenziale delegittimazione politica e di dissoluzione identitaria. La `mobilitazione', infatti, costituisce una risorsa politica solo fintantoché il soggetto che se ne avantaggia ne mantiene anche il controllo: finché, cioè, esso può scambiare il proprio potenziale moderatore con vantaggi in termine di potere. Oppure fintantoché essa assume un forte carattere strumentale: come `mezzo' di pressione per ottenere obbiettivi qualificanti in un'arena in cui comunque sia indispensabile la mediazione di un soggetto istituzionale consolidato e già riconosciuto. Quando invece la mobilitazione costituisce il vettore portante su cui si definisce e si aggrega un'identità collettiva incontrollata, incontrollabile, o addirittura antagonista - come avvenne a partire dal '68 studentesco, e in miisura più pericolosa con il '69 operaio -, favorendo l'accesso all'arena politica di nuovi soggetti; oppure quando essa assume carattere prevalentemente espressivo, finalizzato all'autonomia dei protagonisti collettivi stessi, allora comincia, per così dire, a `lavorare a rovescio': riduce anziché dilatare il sostegno nei confronti dei mediatori istituzionali consolidati [...]. Si spiega così il temporaneo, ma netto `passo indietro' dal sociale compiuto in questi anni dal Pci. Il suo improvviso ritirarsi da una `società civile' in cui invece aveva fino ad allora cercato tenacemente un radicamento. [...] Il principale partito della sinistra non opta, in questa fase, per la mobilitazione competitiva. O comunque non sembra privilegiare la via della competizione diretta con le nuove identità politiche all'interno dei movimenti stessi, sul piano della capacità di estendere e radicalizzare della protesta sociale. Al contrario, pur con contraddizioni e differenza da situazione e situazione, lascia prevalere una linea di prevalente distacco, e sempre più spesso di contrapposizione rispetto ai contenuti e alle forme di lotta prevalenti nell'area della protesta. [...] Sono sempre meno numerose le iniziative di protesta promosse direttamente dal Partito comunista, sia in fabbrica che nel `sociale', mentre si moltiplicano gli interventi `moderatori' compiuti dalla sua struttura sia all'interno dei movimenti che nelle realtà produttive

49.

Quanto scrive Revelli in queste pagine é valido per tutti gli anni settanta. Una mobilitazione in cui la tradizionale `mediazione politica' del Pci viene a mancare, obbliga la `società civile' a farsi carico del conflitto continuo con `società politica'

50.

La società civile fu `caricata' di una dimensione mobilitativa assoluta. Monopolizzò, per così dire, la dimensione quotidiana della mobilitazione, sottraendola alla società politica, la quale ne risultò in qualche modo svuotata, neutralizzata, o comunque fortemente indebolita fortemente nella propria capacità di mediazione

51.

Queste <<insuffucenza>>, per dirla con Massimo Salvadori, evidentemente sono ferite ancora tanto aperte, quanto quelle del terrorismo, e portano gli storici contemporaneisti a non occuparsi di queste vicende.

Anche la situazione anagrafica deve avere la sua parte. Molti di questi storici sono persone che hanno avuto a che fare, in qualche modo, col '68 e con i movimenti successivi. O con il Pci, la sua storia e la sua tradizione. Come dice De Luna, << hanno certo un peso rilevante motivazioni soggettive. [...] Deve evidentemente esserci qualcosa nel vissuto degli storici che rende difficile lo studio di quegli anni>>.

1.4  Gli invisibili

Cosa rimane al nostro ventenne, dopo la lettura de la Repubblica, uno dei maggiori quotidiani liberal-democratici del nostro paese? Che idea si sarà fatto del settantasette?

A mio avviso nessuna. Non c'é mai stato il settantasette, ma solo qualche episodio di teppismo giovanile, fomentato e amplificato dal periodo burrascoso in cui é avvenuto, la seconda metà degli anni settanta, e per l'influenza nefasta di autonomi52 e brigatisti.

La storia delle lotte e dei deliri, della gioia e della paura, delle conquiste e delle tragedie di quelle migliaia di persone che fecero il settantasette, il nostro amico dovrà andarle a cercare altrove.

[...] adesso la grande paura era passata i padroni erano di nuovo sicuri di sé erano tornati a sfoggiare i loro soldi le loro Rolls Royce per le strade le loro pellicce i loro gioielli alla Scala e adesso tutta la gente e anche tanti di quei compagni pensavano solo a lavorare e a fare i soldi a dimenticare tutto quello che era successo prima quando si credeva che tutto forse stava per cambiare

53.


Note:

1G. Manfredi, Ma chi ha detto che non c'è, Milano, 1977.

2Liberamente tratto dalla Cronologia in AA.VV., Settantasette, vol. I, Roma, il manifesto, sd., p. 30.

3Queste sigle stanno ad indicare la Federazione Giovani Comunisti Italiani, la Federazione Giovani Socialisti Itailiani, il Partito di Unità Proletaria e Avanguardia Operaia.

4Secondo alcune testimonianze l'agente Arboletti sarebbe stato colpito dal fuoco incrociato dei suoi stessi colleghi. Vedi Cronologia in AA.VV., Settantasette, cit., ibid.

5Ibid.

6<<[... ] Si chiama Indiano Metropolitano. Sulle mura del recinto ha scritto: ``Non é il '68 é il '77, non abbiamo ne passato ne futuro, la storia ci uccide [... ]>>, G. Lerner, L. Manconi, M. Sinibaldi, Uno strano movimento di strani studenti. Composizione, politica e cultura dei non garantiti, Milano, Feltrinelli, 1978.

7L. Villoresi, E venne l'anno della compagna P38, Roma, la Repubblica, 10 febbraio 1997, pp. 14-15.

8L. Villoresi, E venne l'anno... , cit., p.14.

9Ibid.

10L. Villoresi, E venne l'anno... , cit., ibid.

11AA.VV.,Sarà un risotto che vi seppellirà, Milano, SquiLibri, 1976.

12P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti a Milano. Appunti per una storia possibile., in AA.VV., Comunità virtuali. I centri sociali in Italia., Roma, Manifestolibri, 1994, pp. 43-74.

13L.Villoresi, E venne l'anno... ., cit., p. 15.

14N. Aiello, E Parigi si innamorò dell'indiano metropolitano., Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 36.

15A. Asor Rosa, Le due società., Torino, Einaudi, 1977.

16N. Aiello, E Parigi si innamorò... , cit., ibid.

17N.Aiello, E Parigi si innamorò... , cit., p. 37.

18Ibid.

19l.v[Luca Villoresi], Che fine hanno fatto i ragazzi del '77? Eclissati, Roma, la Repubblica, 10 febbraio 1997, p. 15.

20Ibid.

21Ibid.

22Ibid.

23<<Perchè se l'onda lunga del '68 ha avuto il tempo e la voglia di lasciarsi alle spalle una lunga scia di reduci, i marosi del '77 sembrano aver spinto i sopravissuti a un'esistenza più appartata, nella quale, tuttavia, la rinuncia alla politica militante non comporta necessariamente anche quella alle convinzioni>>, ibid.

24Ibid.

25Ibid.

26Ibid.

27M. Smargiassi, Noi, figli innocenti di Radio Alice., Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 37.

28E' difficile separare gli ambiti e abiti mentali dei giovani che fecero il settantasette e i CPG; sono gli stessi anni, la stessa generazione, la stessa cultura, esplicitatesi in città diverse con forme diverse. Sarebbe una ricerca interessante.

29Di questo aspetto ne parlerò nei prossimi capitoli, quando tratterò, in particolare dei libri di Claudia Salaris, il movimento del settantasette., Bertiolo, AAA Edizioni, 1997, e di Klemens Gruber, L'vanguardia inaudita., Milano, Costa & Nolan, 1997, e del saggio di Primo Moroni, Un'altra via per le Indie. Intorno alle pratiche e alle culture del '77., in DeriveApprodi [AA.VV.], Settantasette. La rivoluzione che viene., Roma, Castelvecchi, 1997.

30Ibid

31A/traverso è stata la rivista del movimento bolognese, tra i cui massimi promotori è stato proprio Franco Berardi ``Bifo''. Nata nell'ottobre del 1975, fu anche il laboratorio politico da cui nacque Radio Alice, la più famosa ``radio libera'' d'Italia.

32F. Berardi (Bifo), Pour en finir avec le jugement de dieu, in DeriveApprodi [AA.VV.], Settantasette. La rivoluzione che viene... , cit., p. 166.

33M. Smargiassi, Noi, figli innocenti... , cit., p. 37.

34M. Smargiassi, Noi, figli innocenti... , cit., ibid.

35L. Castellano, Vivere con la guerriglia, sl (ma Roma), Preprint, 1 dicembre 1978, in L. Castellano, La politica della moltitudine, Roma, Manifestolibri, 1996, pp. 133-140.

36P. Moroni, Origine dei centri sociali autogestiti... , cit.

37L. Lipperini, Nessun erede, qualche superstite, Roma, la Repubblica, 12 febbraio 1997, p. 36.

38Ibid.

39Ibid.

40S. Fiori, Anni settanta. Lo storico é in fuga, Roma, la Republica, 3 marzo 1997, p. 25.

41Considerando che l'argomento principe, in questi casi, non é tanto il terrorismo, quanto le ``oscure trame'' che stanno dietro ad esso.

42Ibid.

43Ibid.

44R. Battaglia, Storia della Resistenza italiana, Torino, Einaudi, 1953.

45Cfr. C. Pavone, Una guerra civile: saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991.

46Come il bel libro di Claudio Pavone sta a dimostrare. Ancora oggi, solo il titolo di questa opera, Una guerra civile, ha scatenato grosse polemiche nella storiografia italiana. In particolarmodo in quella più legata alla tradizione del Pci.

47S. Fiori, Lo storico é in fuga... , cit., ibid.

48M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, in AA.VV., Storia dell'Italia repubblicana, vol.II, 2, La trasformazione dell'Italia: sviluppo e squilibri, Torino, Einaudi, pp. 385-476.

49M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, cit, pp 462-464.

50Uno dei motivi per cui nascono strutture come Magistratura Democratica, Medicina Democratica, ecc. Tutti soggetti nati dalla società civile per ottenere quelle condizioni di libertà democratica che nessun partito, neanche il Pci, era in grado di ottenere.

51M. Revelli, Movimenti sociali e spazio politico, cit., p. 466.

52Vorrei sottolineare che in nessun articolo de la Repubblica c'é una riga in cui si spieghi chi erano gli ``autonomi'', e cosa hanno fatto. Il nostro giovane dovrà cercare altrove.

53N. Balestrini, Gli invisibili, Milano, Bompiani, 1987, p. 278.