Le pagine di Franco Vite

"Quello che abbiamo è quello che ci siamo presi
e quello che ci siamo presi è solo una piccola parte
di cui abbiamo bisogno". Assalti Frontali

Capitolo 2
il manifesto.
Derive e approdi?

Sta nell'immaginazione,
nella musica sull'erba,
sta nella provocazione,
nel lavoro della talpa,
nella storia del futuro,
nel presente senza storia,
nei momenti di ubriachezza,
negli istanti di memoria.
Sta nel nero della pelle,
nella festa collettiva,
sta nel prendersi la merce.
Sta nel prendersi la mano,
nel tirare i sampietrini,
nell'incendio di Milano,
nelle spranghe sui fascisti,
nelle pietre sui gipponi.1

1.1  Gli invisibili conquistano la societá

Il manifesto si occupa con grande attenzione del ventennale del settantasette, pubblicando quattro inserti e ristampando in volume l'inserto speciale del 19872. Quello di cui si sente maggiormente la mancanza è un serio dibattito sul giornale, sul quale riemergono vecchi rancori (gli ``autonomi'' che litigano con i ``moderati''), le recensioni dei (pochi) libri usciti, qualche memoria.

La politica separandosi si fa affare, si vende, si compra, ha fini bassi. Tutte le domande aggrovigliatesi e rimaste eluse negli anni '70 ricascano nel corrompersi della scena politica e nelle modificazioni telluriche di quella sociale. [...] L'asprezza del 1977 e delle reazioni al 1977 sono, visti da oggi, un segnale dell'arrivo a zone estreme del conflitto reale, dell'idea stessa di cosa sia una societá accettabile, di che cosa possa essere la sua norma, di che cosa ne siano gli strumenti, di dove l'ordine diventi paralizzante e dove lo diventi il disordine. Non è un pezzo di archeologia, è un memorandum sul presente

3.

Cosí scrive Rossana Rossanda nel gennaio del 1997, con una nota di biasimo quasi piú verso se stessa che verso altri, non essendo mai stata molto ``tenera'' nei confronti di quel movimento, e vedendo in esso solo i prodromi del ``terrorismo''.

Nel marzo del 1973, a Torino, si susseguono incessantemente scioperi per il rinnovo del contratto alla FIAT. La piattaforma sindacale chiede inquadramento unico, paritá di trattamento per quanto riguarda le ferie, settimana di 40 ore su cinque giorni settimanali (il sabato libero) e riduzione delle ore straordinarie obbligatorie. Ma a metá mese si va delineando un accordo insoddisfacente e gli operai lanciano uno sciopero ad oltranza, che in poco tempo si generalizza a tutte le officine di Mirafiori. La mattina del 29, mentre il quotidiano La Stampa annuncia il raggiungimento dell'accordo, gli operai piantano le bandiere rosse sui cancelli della fabbrica4.

Le forme organizzative dell'occupazione rimasero per tutti misteriose, forse per gli stessi operai. Ma certamente lá dentro stava succedendo una cosa molto importante: la nuova composizione degli operai portava dentro la fabbrica modelli di comportamento che piú nulla avevano a che fare con la tradizione del movimento comunista. Questi modelli di comportamento prendevano origine nella vita quotidiana dei proletari di nuova immissione. Non piú immigrati meridionali privi di radicamento nella metropoli, ma giovani torinesi e piemontesi scolarizzati, e formatisi nel clima delle lotte studentesche e delle esperienze aggregative di quartiere. L'occupazione di Mirafiori costituisce la prima manifestazione del proletariato giovanile in liberazione, che costituirá il reticolo sociale portante delle lotte degli anni seguenti, fino all'esplosione del 1977

5.

Quell'occupazione dichiaró guerra alla societá basata sul lavoro salariato, alla prospettiva di una vita passata in fabbrica. E per questi motivi, quella cittadella era tutt'a un tratto inutile, perchè la vittoria conseguita andava ``esportata'' nell'intera societá. Si iniziavano a vedere le prime avvisaglie della crisi, accellerate dal rincaro del petrolio, che mettevano sulla scena politica nuovi attori: inflazione, disoccupazione, lavoro nero, sempre maggior marginalizzazione dei piú deboli.

Le urla senza senso, senza piú slogan, senza piú minacce ne promesse dei giovani operai con il fazzolletto rosso legato intorno alla fronte, i primi indiani metropolitani, quelle urla annunciavano che una nuova stagione si apriva per il movimento rivoluzionario in Italia. Una stagione senza idiologie progressiste ne fiducia per il socialismo, senza nessuna affezione per il sistema democratico. ma anche senza rispetto per i miti della rivoluzione proletaria, mostrava le sue prospettive. Fu in questo mutamento di scenario che prese forma il nuovo fenomeno politico-culturale dell'autonomia operaia6.

Inizia cosí quella crisi dei gruppi della sinistra extraparlamentare, che ha la prima fragorosa manifestazione nello scioglimento di Potere Operaio, gruppo tra i promotori, insieme a Lotta Continua, degli scioperi e dell'occupazione di Mirafiori7.

Siamo negli anni della grande trasformazione, in cui lo schema macroeconomico affermatosi nel secondo dopoguerra inizia a dare segni di cedimento nel rapresentare l'evoluzione ecoonomica.

Nel 1971 ha termine il regime di cambi fissi basato sul dollaro che, a livello internazionale, ha retto per 25 anni il commercio mondiale, mettendo in crisi l'egemonia dell'economia statunitense e la stabilitá dei mercati valutari e finanziari internazionali. L'instabilitá di questi mercati si trasferisce anche sui principali mercati delle materie prime, come il petrolio. Tanto in Europa quanto negli Usa il tesso di crescita della produttivitá industriale inizia a diminuire, mentre cresce la conflittualitá di classe, razziale e di genere all'interno dei paesi maggiormente industrializzati e tra Sud e Nord del mondo8.

Insomma, una serie di concause che mette in crisi il tradizionale paradigma organizzativo fordista, imperniato su un sapiente mix di politica economica pubblica e incentivazione dell'iniziativa privata.

In Italia questo processo comincia con una prima fase che riguarda esclusivamente le grandi imprese fordiste del triangolo industriale: Piemonte, Lombardia e Liguria, manifestandosi con il fenomeno del decentramento produttivo, che durerá fino alla fine degli anni settanta. Fenomeno che aumenta il grado di flessibilizzazione produttiva e organizzativa, demandando parte della produzione all'esterno della grande fabbrica9.

Tra il '73 e il '77 negli strati piú attenti della societá politica italiana, inizia a prendere forma l'analisi di queste trasformazioni, con la presa d'atto che una fase storica sta finendo, cosí come le forme di organizzazione politica che l'avevano caratterizzata.

Il movimento del settantasette vive ``sulla propria pelle'' questa trasformazione, e riesce a rispondere antagonisticamente alle trasformazioni in atto.

A differenza dal sessantotto, che <<aveva assunto il fordismo - la grande fabbrica centralizzata e standardizzata, la produzione di massa, il capitale come piano e razionalizzazione - come universo immutabile di riferimento; come orizzonte naturale di riferimento10>>,

il settantasette, invece, consuma la definitiva scissione tra fordismo e soggettivitá operaia. Rivela l'assoluta incompatibilitá tra forza-lavoro in formazione nelle societá industrialmente avanzate, ad elevato livello di scolarizzazione e di aspettative, e la forma fordista del lavoro. Mostra la non riproducibilitá, nelle nostre societá, di una forza lavoro fordista: tale, cioé, da assumere come proprio universo di vita la condizione di lavoro salariato nella grande frabbrica standardizzata. Se il gruppo di comando della Fiat [...] aveva dovuto imparare, dal ciclo di lotte della fine degli anni sessanta e dei primi anni settanta, i limiti fisici e politici del proprio modello di sfruttamento estensivo e intensivo, le rigiditá di quella forza lavoro, e le sue capacitá di esercizio del potere dentro il processo di lavoro, saranno peró i comportamenti eterodossi, imprevedibili, folli dei nuovi assunti del settantasette [...], le loro bizzarre trasgressioni, le loro culture metropolitane incompatibili con ogni etica del lavoro, e con la stessa idea del lavoro normato e stabile, a segnalargli la non riproducibilitá di quel modello produttivo. L'estinzione dell'esercito industriale di riserva, pronto a sostituire i produttori di ieri con analoghi produttori di domani11.

Sembra quasi di sentir parlare un economista della scuola di Chicago. E proprio in questo sta l'attualitá del settantasette, nell'aver ri/conosciuto un processo in corso, cercando di ribaltarne il risultato finale.

Il postfordismo, in Italia, è tenuto a battesimo dal cosiddetto ``movimento del settantasette'', ossia dalle lotte sociali assai dure di una forza-lavoro scolarizzata, precaria, mobile, che ha in odio ``l'etica del lavoro'', si contrappone frontalmente alla tradizione e alla cultura della sinistra storica, segna una netta discontinuitá rispetto all'operaio della linea di montaggio. Il postfordismo è inaugurato dai tumulti.

Il capolavoro della ``controrivoluzione'' italiana sta nell'aver trasformato in requisiti professionali, ingredienti della produzione di plusvalore, lievito del nuovo ciclo di sviluppo capitalistico, le propensioni collettive che, nel ``movimento del settanstasette'', si erano invece manifestate come intransigente antagonismo12.

Questa ``internitá'' nella trasformazione produttiva in atto non fu in alcun modo rilevata dalle forze sociali della sinistra storica, Pci e sindacato, anzi. Come ho giá sottolineato nel primo capitolo, il movimento del settantasette fu visto come movimento di emarginati e parassiti (oltre che di ``untorelli'', ``squadristi rossi'' ecc.).

Un'analisi tanto importante da scomodare Alberto Asor Rosa, ex operaista entrato nel Pci, a pubblicare due aritcoli su Rinascita sull'argomento: il primo il 20 febbraio 1977 e il secondo il 20 aprile dello stesso anno13.

Nasce la ``teoria delle due societá'', che ebbe tanto successo da attraversare tutto il ventennio successivo14.

Si tratta di osservazioni a caldo del conflitto che aveva visti contrapposti le organizzazioni tradizionali della sinistra italiana e un movimento giovanile irriconoscibile. Dove i primi rappresentavano i ``produttori'', con al centro, come motore della trasformazione, la classe operaia organizzata, e un bacino, in espanzione, di precariato, sottoccupazione, devianze metropolitane, settori acculturati senza destinazione produttiva, frange operaie in declino. Il tutto ricondotto a un magma indistinto di emarginazione e frammentazione sociale, un vuoto minaccioso, riconoscibile solo per quello che che non era piú15.

Nesuno volle vedere quanto quella moltitudine tumultuosa e irriverente mettesse in scena il futuro prossimo di buona parte delle ``masse'' piú o meno rappresentate nelle forze politiche e nelle istituzioni della ``prima societá'' [...]. Chi immaginava che di lí a pochi anni, sarebbero stati non i ragazzi delle radio libere e i <<creativi>> (destinati a trasformarsi nei correnti <<professionisti>> degli anni Ottanta), ma addirittura gli operai e gli ingegnieri della grande industria pensante, a essere ritenuti <<esuberanti>>, superflui, non competitivi, parassiti?16

Dopo oltre vent'anni, insomma, si puó dire che il movimento del settantasette fu, per primo, in grado di dare delle risposte a quei processi di disgregazione sociale e atomizzazione della societá che sono caratteristiche della nostra condizione contemporanea. Processi che presero il via in quegli anni, e che misero (e mettono, oggi) in discussione la tradizionale pratica politica novecentesca.

A quelle condizioni che allora erano solo in ``tendenza'', contrazione dei tradizionali impieghi manuali, crescita del lavoro intellettuale massificato, disoccupazione da investimenti17, il movimento diede una rappresentazione di parte, rendendola visibile per la prima volta e torcendome la fisionomia in senso antagonista.

Le lotte del '77 assumono in proprio la fluidificazione del mercato del lavoro, facendone un terreno di aggregazione e un punto di forza. La mobilitá tra lavoratori differenti e tra lavoro e non lavoro, anzichè polverizzare, determina comportamenti omogenei e comuni abitudini, si intride di soggetivitá e di conflitto18.

Queste cose erano chiare a pochi e a poche, nel 1977 (ma anche nel '79-'80, come le vicende sempre di Mirafiori insegnano). Il grosso del movimento si muoveva ed agiva partendo dai propri bi/sogni e dalle proprie follie, in egual misura.

Il '77 mise in scena lo scatenamento del desiderio nella sua immediatezza, ma dal calderone dell'immaginario venne fuori di tutto.

Gli anni ottanta, gli anni della deregulation, capovolgono ma al tempo stesso continuano lo spirito di s-regolamento che si venne formando nel corso di quella tempesta (non solo italiana, non solo politica) che chiamiamo Settantasette.

Non voglio dire affatto che il '77 fosse reaganiano (figuriamoci!), voglio dire che il '77 inaugura un'epoca in cui non è piú possibile credere, se non per conformismo o per interesse di casta, della capacitá della politica di governare lo scatenarsi degli elementi. Questo è lo spirito del tempo che si inauguró con il '7719.

1.2  La storia siamo noi?

Come ho detto nel paragrafo precedente, il sindacato e, soprattutto, il Pci non videro nulla di questo processo (o meglio, videro il contrario di quanto sarebbe accaduto), anzi. Il movimento del settantasette era, per loro, nel migliore dei casi un caso di emarginazione, nel peggiore un pericoloso fenomeno di teppismo rosso.

Come mai?

Riguardo al Pci, il '77 è l'anno di svolta dell'intero decennio. Al culmine della sua forza, il Pci la gioca tutta dentro la dimensione politico-istituzionale, cercando di aprirsi un varco verso il governo attraverso la politica delle ``astensioni'' e dell'intesa con la Dc20.

Se per il Pci questa era la strada da percorrere dal punto di vista ``politico'', dal punto di vista ``sociale'' la risposta era l'austeritá, parola d'ordine lanciata al convegno dell'Eliseo nel gennaio del 1977, a cui si conformó la Cgil al congresso dell'Eur, l'anno successivo.

L'esplosione del movimento, che nessuno si aspettava21, mise in chiara difficoltá Pci e sindacato, come il 17 febbraio ebbe a dimostrare, e ancor di piú l'11 marzo, in occasione della morte di Francesco Lorusso.

Non diversa la posizione della Fgci, che doveva stare, per il segretario nazionale Massimo D'Alema,

nel movimento, ma per combattere le componenti squadriste (come fosse possibile starci, dopo che il servizio d'ordine del Pci aveva sgomberato le facoltá occupate, è tutto da capire)22.

Insomma, tutto il quadro della militanza tradizionale della sinistra era ``contro'' il movimento, tanto che, dopo la pubblicazione degli articoli di Asor Rosa su Rinascita

il senso comune del militante medio comunista se ne nutrí piú o meno cosí: <<Di qua la classe operaia, che deve sviluppare la sua egemonia nello stato, di lá gli emarginati>>23.

Una frattura durissima, come non se ne era mai viste nella storia dell'Italia repubblicana, considerata la dimensione dei soggetti in questione. Uno scontro non solo generazionale, e neanche solo ``politico'', nel senso tradizionale che se ne dava. Direi piú antropologico: uno scontro che metteva a confronto due modi di fare ``societá'', due universi vitali, che non potevano che essere antagonisti.

[...] L'assalto al palchetto di Lama, [porta] da una parte [a] quelli che ricordano quel fatto come una calamitá abbattutasi sulla sinistra, una livida giornata che si vorrebbe cancellare. Dall'altra [a] quelli che vissero quel momento con una gioia che è impossibile, e certo non desiderabile, dimenticare. [...] Un antagonismo radicale tra culture opposte e tra sistemi di valori inconciliabili, un conflitto insanabile perchè i sogni degli uni erano gli incubi degli altri e viceversa24.

Di lí a poco il Pci uscirá dal ``governo di solidarietá nazionale'' (fine '78, inizi del '79), passando per il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. In quei due anni dopo il settantasette, si completa la prima fase della riconversione industriale.

Seguendo un copione classico, le organizzazioni operaie riformiste sono state cooptate nella direzione dello Stato in una fase di trasizione, caratterizzata da un ``non piú'' (non ancora il pieno dispiegamento dell'impresa a rete, del lavoro immateriale, delle tecnologie informatiche), nella quale si trattava di contenere e reprimere l'insubordinazione sociale25.

Un giudizio duro, a cui non è da meno Andrea Colombo.

Vent'anni sono anche sufficienti per riconoscere che allora tutto il futuro era da una parte, tutta la conservazione, tutta l'ottusa incapacitá di avvertire il terremoto in corso dall'altra. E' forse è per questo che il settantasette, anno brevissimo, terminato a Roma giá nella primavera, si è dimostrato poi interminabile26.

Ma l'incapacitá delle organizzazioni storiche della sinistra italiana di leggere ``la fase'', non sono sufficenti, a mio avviso, a spiegare questa frattura. C'è dell'altro.

1.3  Gandalf & Majakovskij

Parleró a titolo strettamente personale. Perció parleró a nome degli Elfi del bosco di Fangorn, dei Nuclei Colorati Risate Rosse, del MPFA (Movimento Politico Fantomatico Assente), delle Cellule Dadaedoniste, di Godere Operaio e Godimento Studentesco, dell'Internazionale Schizofrenica, dei NCS (Nuclei Sconvolti Clandestini), dei Cimbles e di tutti gli Indiani Metropolitani27.

Iniziava cosí una conferenza stampa Gandalf il viola28, tra i piú noti indiani metropolitani della capitale, nel palazzo della Stampa estera, a Roma, con al suo fianco, un imbarazzatissimo Massimo D'Alema, segretario della Fgci29.

Se non tutti erano o potevano/volevano definirsi indiani metropolitani, certo è che la pratica dell'indianitá (il gioco, l'ironia, l'uso del falso) è stata la cosa che piú di tutte ha caratterizzato quei mesi prima che si affermasse totalmente e totalitariamente l'uso delle armi, prima cioè che lo Stato e coloro i quali si sentivano legittimati a dichiarare guerra allo Stato imponessero il loro ``livello di scontro''.

Il '77 è stato l'altrove rispetto al cielo della politica, il luogo in cui anche solo per un istante si è sperato di poter liberare l'esistenza dall'invadenza del razionale, di poter partire dai propri bisogni per rimodellare la realtá, per recuperare spazi di vita senza sottomettersi ad alcun potere.

Autonomia innanzitutto da ogni imposizione, da ogni organizzazione verticalista, negazione del leaderismo e di quello che fino a quel momento erano stati i gruppi riconosciuti, anche quelli della sinistra extra-parlamentare, a cui si contrappose la proliferazione di centinaia di microaggragazioni spontanee che delineavano i propri scenari preferiti, che si scrivevano, stampavano e leggevano i propri giornali senza dover rendere di conto a nulla e nessuno.

Si instaurava un sistema orizzontale di produzione, di comunicazione in cui mille fogli vedevano la luce scambiandosi umori colori rumori30.

E' a mio avviso lampante la distanza siderale che corre tra gli ``universi vitali'', tra il background culturale e antropologico della sinistra storica e quelli del movimento.

Oltre dieci anni di culture e contro-culture ``altre'', antagoniste e/o extra-parlamentari, che possono essere fatte iniziare dal sessantotto, ma anche dal luglio '60, o dai situazionisti degli anni '50, se non dalle avanguardia dei primi del '900, in qualche modo, per molte e diverse strade, confluiscono in quella che è la prima generazione a crescere in un humus socio-cultural-politico completamente diverso da quello delle precedenti generazioni.

Alcune delle componenti esistenziali e culturali degli universi vitali frastagliati (difficilmente riducibili a ``sintesi'') del movimento del '77, ponevano con forza non solo un modo completamente diverso di concepire vita e politica, ma anche una serie di contenuti e valori che non erano mai stati messi all'ordine del giorno della progettazione politica sia extraparlamentare e tantomeno istituzionale31.

Per parlare del settantasette evitando di trasformarlo in un ``anno eccezionale'' (in qualsiasi senso), bisognerebbe almeno ricordare che questa cultura era giá emersa, in altre forme, negli anni precedenti. Nel '73 a Miarafiori, nel '75-'76 a Milano con i Circoli del Proletariato Giovanile32; ma anche negli anni successivi, con un'altra occupazione di Mirafiori, da parte dei 10.000 neo-assunti, nel luglio 197933.

Ma è nel settantasette che queste ``propensioni'' diventano fenomeno di massa34. Fenomeno sociale e culturale. Esplode un movimento che non chiede, ma vuole vivere una vita degna di essere vissuta, ora e subito; nessuna richiesta di lavoro, ma quella di sussidi, di salari; nessuna etica dei sacrifici, ma al contrario la riaffermazione del diritto al lusso35. Si diffodono gli espropri proletari e le autoriduzioni, che non riguardano piú le sole bollette di Sip e Enel, ma anche i cinema di prima visione e i teatri.

Lo stravolgimento di tutte le ``canoniche'' pratiche politiche, anche di quelle della sinistra piú estrema, è totale. Ad iniziare dal linguaggio, che risulta per i marxisti-leninisti, vecchi e nuovi, completamente alieno.

C'è mozione e/mozione / Il potere non è / solo dove si prendono / decisioni orrende / ma dovunque il discorso / rimuove il corpo la rabbia / l'urlo il gesto di vivere. / Il linguaggio / delle assemblee ordinate dove l'ordine / del discorso riproduce / l'ordine (per rispettarlo) delle cose. / Dicono i grigi cadaveri / della politica-cultura-egemonia: / il pericolo della / DISGREGAZIONE / Disgregazione è vita / che esce dalle ordinate / catene della famiglia / del lavoro del tempo / destinato alla fabbrica. [...] Il desiderio si fa / qui movimento. / Per questo siamo giá oltre / il '68. Non vedi / qui gli studenti ma vedi / il soggetto che passa / a/traverso gli ordini dati / e separati: fabbrica, scuola, cultura. IL DELITTO PAGA. Disgregazione, proletariato che incarna / nella propria esistenza / il rifiuto di ogni / innocenza: lavoro-salario / lavoro-salario-lavoro / sempre ancora lavoro?36.

Appare in tutta la sua potenza uno dei temi che rendono tanto diversi, per non dire agli antipodi, il movimento del settantasette e la sinistra, sia essa quella istituzionale che quella extra-parlamentare: il rifiuto del lavoro. Tema che ha attraversato tutti gli anni sessanta e i primi anni settanta, ma che viene fatto proprio e radicalizzato da questa generazione, che nega ``spontaneamente'' che il lavoro industriale della grande fabbrica possa rappresentare ancora un fondamento costitutivo della propria identitá37.

Milioni e milioni di giovani, nelle condizioni economiche attuali, rischiano di non poter godere per un lungo periodo di quel fondamentale diritto / dovere che la costituzione garantisce a tutti i cittadini che non posseggono altro che le loro catene, che è il lavoro salariato.

Viene a mancare cosí per intere generazioni lo stimolo al risveglio antelucano, una delle piú vive e salutari tradizioni del nostro sistema di vita; in secondo luogo la regolaritá e il buon umore che caratterizzano l'esistenza dell'onesto lavoratore cedono il passo all'angoscia, alla devianza. Il lavoro infatti, come sottolineano sociologi, criminologi, sessuologi, è un ottimo rimedio contro le droghe, la pederastia, il bestialismo...

Al contrario, per i lavoratori giá occupati, si aprono prospettive inattese di incentivazione e di sviluppo della propria capacitá lavorativa: la creativitá e l'esuberanza dei lavoratori adulti potrá espandersi ora, anche attraverso il lavoro straordinario, fino a limiti che sembravano irragiungibili.

Ma non è giusto lasciarsi trascinare dall'entusiasmo di fronte a questi risultati: mentre la sana pianta dei lavoratori occupati si espande rigogliosa, si insterilisce sempre piú l'arbusto secco della gioventú infingarda, margiale e teppista.

Pertanto le forze sindacali e democratiche, unite all'associazione genitori-figli scappati propongono le seguenti occupazioni per i giovani disoccupati:

a
Cancellazione delle scritte (scuole, fabbriche, universitá, vespasiani);
b
incremento delle vocazioni sacerdotalie monacali, oltrechè poliziesche;
c
rimboschimento delle montagne calve dell'Appennino e delle isole;
d
ripulitura dei volumi giacenti nelle biblioteche pubbliche, pagina per pagina, secondo l'indicazione di Giorgio Amendola;
e
muratura dei covi della sovversione e del caos;
f
costituzione di gruppi di animazione edificante per giovani emarginati;
g
distribuzione agli studenti fuori corso di mezzo ettaro di terre vergini in Irpinia, Aspromonte, e nelle Madonie;
h
ritrovamento definitivo dei residuati bellici della prima guerra mondiale;
i
costituzione di centri di rieducazione morale per operai assenteisti.

SACRIFICARSI NON BASTA

OCCORE IMMOLARSI38.

Il ribaltamento del linguaggio non ha solo lo ``scopo'' di straniare il lettore, ma è parte del processo spontaneo di trasformazione radicale della vita quotidiana, in cui tutto (quindi anche il linguaggio) è messo in discussione.

Dico che questo processo è spontaneo perchè frutto, sí di ragionamento e del catalizzarsi di 10 anni di movimento e culture ``altre'', ma soprattutto perchè avviene attraverso il fuoco della pratica. Di una pratica quotidiana, in qui il personale, la ``vita privata'', è parte fondamentale di questa messa in discussione tanto quanto (se non piú) la parte piú squisitamente (e tradizionalmente) politica.

Ma il linguaggio è anche comunicazione, e il movimento del settantasette, per primo, pone la comunicazione al centro della propria lotta. Non come strumento per la lotta, ma come aspetto centrale della lotta.

... Negli anni scorsi avevamo formulato due ipotesi centrali che partivano da una analisi della composizione di classe emergente dentro la crisi e la ristrutturazione, e dentro la trasformazione del movimento.

La prima era che il terreno dell'informazione (e dell'informatizzazione come sussunzione del lavoro tecnico-scientifico nel processo lavorativo) diventasse il terreno su cui si combatteva la lotta per il potere fra la classe operaia e stati capitalistico, e che quindi il linguaggio, la scrittura, l'intervento nel circuito informativo, diventassero pratiche su cui si ridefiniva il tessuto materiale dei rapporti di classe, e non la loro mera rappresentazione simbolica39.

Su queste basi nasce a Bologna Radio Alice, e altre centinaia di radio libere in tutte le cittá italiane, anche le piú piccole e sperdute (anche a Siena...), attraverso le quali, ma in quella bolognese in particolar modo, si faceva <<avanguardia letteraria per sovvertire l'ordine del discorso dominante>>40.

Su questo aspetto, nel '77 si aprirá un asprissimo dibattito tra Umberto Eco, che pubblicó alcuni articoli sull'Espresso che esprimevano interesse verso la radio bolognese, e intellettuali di sinistra, come lo stesso Asor Rosa, Lucio Colletti e Andrea Barbato, che, al contrario, vedevano in quelle esperienze, e in Radio Alice in particolare, <<solo una ``centrale di prevaricazione'', un luogo nel quale si davano indicazioni militari durante gli scontri>>41.

Alice è il diavolo che sporca il linguaggio, che trasmette <<informazioni false che producono eventi veri>>, che sottolinea il delirio del potere e la sua assurda pretesa che l'ordine del discorso rifletta l'ordine della realtá42.

Come tutto ció sia completamente ininteleggibile per la sinistra istituzionale è immediatamente evidente.

Cosí come sono aliene molte delle pratiche di lotta di questo movimento. L'occupazione ``classica'', per esempio, quella delle scuole, delle universitá e anche quella delle case, è ormai accettata da tutti come pratica ``legittima''. Col settantasette, ma soprattutto con i Circoli del Proletariato Giovanile, quindi dal 1975-'76, le cose cambiano, ed esplode un nuovo ciclo di occupazioni che si afferma soprattutto nelle ``nuove'' periferie delle grandi cittá43.

L'occupazione non è un mezzo, è il fine. Rappresenta l'esigenza di aggregarsi non piú solo in base all'appaetenenza partitica o di gruppo, ma su un progetto globalizzante esemplificato dallo slogan ``riprendiamoci la vita'', attraverso strutture spontanee che si appropriano di aree dismesse e non utilizzate per poter organizzare il lavoro politico nel quartiere. [...] Per questo ci serve un luogo. E ce lo prendiamo44.

Un modo di fare aggregazione politica completamente nuovo, che si ispira al ``quotidiano'', piú che all'identitá di gruppo tradizionale.

[sono] In maggioranza studenti medi e universitari, ma anche molti lavoratori, precari o garantiti. Alcuni sono operai della grande fabbrica, che sperimentano, per la prima volta, un modo di fare politica che coinvolge tutto, in ogni momento della giornata, nei luoghi di produzione e fuori di essi45.

La ``rivoluzione'' diventa, insomma, la vita quotidiana, praticata come totale ribaltamento dell'ordine tradizionale, non piú processo politico. Di conseguenza l'azione politica diventa vita, vissuta come ironia, gioia, festa. <<La rivoluzione o è festa o non è>>46.

Questa generazione esce allo scoperto proprio nel momento in cui la sinistra storica fa il ``grande passo'', entrando, nei fatti, nel governo con il ``grande nemico'', la Dc, in un momento di trasformazione radicale della societá italiana, in cui le istanze della (delle) societá civile sono spesso contrastanti e conflittuali, e dove conflitto e alteritá sono vissuti, da una consistente minoranza, come una pratica politica legittima. L'unica possibile. In un momento in cui gruppi, gruppetti e partitini della sinistra extra-parlamentare post sessantottina sono allo sbando e sulla via della dissoluzione, non riuscendo (e non volendo o potendo) fare da ``mediatori'' nello scontro in atto.

Scontro che deflagra in follia e disperazione, anche a causa di un ceto politico sordo a qualsiasi richiesta di trasformazione, che non sia utilizzabile clientelarmente. Un ceto politico duro e feroce con chi contesta, morbido e complice con chi fa dello Stato campo di caccia (Aldo Moro, sul caso Lockeed, avrá da dire, in Parlamento: <<La Dc non si processa>>. Corre l'anno 1977); assolvendo e proteggendo chi con le bombe difende lo Stato democratico (Giulio Andreotti, sul ``caso Giannettini''47, ha da dire, in Parlamento <<Costui è un servitore dello Stato e dei nostri servizi segreti>>. Corre l'anno 1974).

Un sistema politico che nel suo complesso era vissuto, da quella generazione, come totalemente compromesso col peggio della storia dell'Italia repubblicana. Sistema politico in cui entravano, con tutta la loro forza, Pci e sindacato.

Quando Francesco48 se n'è andato sono arrivati i carri armati. E' vero: tra le due cose ne sono successe tante altre, sono passate parecchie ore; giorni, additittura. Ma nella memoria è come se alle pallottole abbattutesi su uno di noi, si fossero sovrapposte immediatamente le ombre di ferro che hanno oscurato i murales dell'universitá.

Dalle facoltá dell'ateneo bolognese, occupate immediatamente dopo che giunge la notizia della morte di Lorusso, partono cortei spontanei che girano per tutto il centro cittadino. Cortei violenti, carichi della rabbia per la morte di un loro compagno. Rabbia verso le forze dell'ordine, colpevoli di quella morte, verso il sistema politico, che ha dato alle forze dell'ordine la libertá di sparare49. Ma fin dalla mattina viene chiesta l'adesione al corteo al sindacato. Adesione che non arriverá mai.

Si sfila di fronte a piazza Maggiore e lí, davanti al monumento ai caduti della resistenza, c'è il servizio d'ordine del Pci. In difesa di un simbolo che nessuno si sarebbe sognato di sfiorare. Teppisti - o, peggio, diciannovisti e perció oggettivamente fascisti - questo dovevamo essere. Eppure fino a pochi minuti prima avevamo atteso (inutilmente) l'adesione - richiesta per tutta la mattina - dei sindacati alla manifestazione. Eppure fino a pochi giorni prima la gran parte di noi si considerava parte di un unico corpo, la sinistra. Parte magari eretica, ma parte. Quel filo di inutile servizio d'ordine ci diceva che non era piú cosí, che ne eravamo stati espunti. [...] La sinistra storica, le istituzioni della cittá, sceglievano e sceglievano contro di noi, senza volerci ascoltare o parlare50.

Lo stesso accade il giorno dei funerali si Lorusso. La manifestazione indetta dalle istituzioni cittadine fu interdetta al movimento, cosí come fu impedito al fratello del giovane ucciso di parlare.

Funerali alla cilena, in periferia, sorvegliati a vista, col divieto di percorrere piú di 200 metri. Non ricordo canti, slogan o voci. Ricordo l'addio a un pezzo di noi, alla nostra storia che ci veniva negata, a quella sinistra che ci aveva ucciso tutti. Restava quella bara e quei carri armati, le loro ombre di ferro che rivedo ancora quando la sera passo per quelle strade51.

Il movimento intero si infranse contro questa barriera, contro questo muro di (reciproca) incomprensione e incomunicabilitá. E fu facile, da quel momento, per chi voleva tornare alle vecchie e sicure pratiche politiche, avere ragione di tutte le altre istanze.

Il Convegno di Bologna sará il canto del cigno, un canto lugubre, del movimento del settantasette, in cui leader e leaderini di gruppi piú o meno consistenti, portatori di istanze piú o meno violente, si faranno la loro guerra personale all'interno del palazzo dello sport. Mentre fuori, nelle vie e nelle piazze di Bologna, un serpentone di 40.000 persone, canteranno e balleranno tristemente, al loro stesso funerale.

1.4  Mamma li Turchi!

Il tema della ``violenza'' è stato, ed è, quello piú inflazionato quando si parla degli anni settanta in generale e del settantasette in particolare. Terrorismo e ``anni di piombo'' è quanto la storiografia e i media ufficiali hanno passato alle ``future generazioni''.

Per il manifesto il discorso è un pó diverso, perchè il tema è trattato, a mio avviso, con reticenza.

Si, sono violenta, e la violenza che cè stata per la Scala52 è la rabbia che si esprime a Quarto Oggiaro. A Quarto Oggiaro, le persone sono costrette a farsi un buco di eroina per sopravvivere, perchè non ci sono spazi nel quartiere, non ci sono spazi nella cittá, non cè spazio nel lavoro, non cè spazio per niente. La prima espressione è un'espressione di rabbia, quindi di violenza. Il semaforo di un incrocio non è importante, peró personalmente io lo spacco perché ho una rabbia che non riesco a indirazzare53.

In questa testimonianza è evidente quanto potesse essere forte la disperazione di chi, senza strumenti, si trovava a vivere quel processo di disgregazione sociale e atomizzazione descritto nel primo paragrafo. Processo che veniva a coincidere con la fine di un ciclo politico, durato dieci anni, che tra le sue caratteristiche fondamentali aveva la socializzazione e la comunitá54.

Nel movimento la politica, la cultura della sinistra rivoluzionaria esplodono definitivamente; la stessa disponibilitá alla violenza, sicuramente una delle caratteristiche di questo movimento, mescola il suo aspetto politico con quello tipico della marginalitá metropolitana55.

E' curioso quanto si somiglino questo tipo di analisi e quelle fatte del Pci in quegli anni. Il movimento, che da il manifesto è descritto e raccontato come uno dei momenti piú ``avanzati'' della recente storia politica italiana, nel momento in cui si scontra violentemente diviene un fenomeno di marginalitá.

Gli scontri di piazza rappresentano nellos tesso tempo il momento insurrezionale dell'attacco all'apparato militare del potere, la rabbia deviante e marginale che esplode irrazionalmente, cosí come l'esaltazione, in alcuni casi al limite dell'estetica dannunziana, del gesto pregnante e simbolico; l'azione offensiva che mira alla liberazione di spazi, cosí come quella difensiva che punta all'esemplificazione del desiderio di secessione56.

Penso sia inutile sottolineare la totale complementarietá di questa analisi con quella che veniva data dai massimi dirigenti della sinistra istituzionale; vengono usate le stesse metafore se non le stesse parole. Con la differenza che, allora, il Pci era ``coerente'' con quanto affermava, anche nei fatti; Grispigni, al contrario, fa questa analisi in un saggio intitolato Elogio degli invisibili.

Per il Settantasette, la simbiosi con al metropoli è giá contemplata nello slogan ``riprendiamoci la cittá''. In fondo, ``riprendiamoci la cittá'' significa non tanto la conquista del palazzo comunale, ma la possibilitá di dare visibilitá e concretezza poltica a un contropotere che svuoti, accerchi e confligga con il potere costituito.

E non a caso le sedi del movimento sono situate in maggiornanza nelle periferie delle metropoli o a ridosso dell'unico disponibile all'aggregazione, cioè all'universitá. E quando un corteo giunge al centro della cittá, mette in scena uno scontro che peró si manifesta quotidianamente su tutto il territorio metropolitano e non solo nella fabbrica o nell'universitá, cioè nei luoghi canonici del conflitto sociale dal Sessantotto in poi57.

Un tipo di pratica che è assieme happening, teatro di strada e scontri violenti. Gli scontri che avvengono a febbraio, con il movimento appena nato, sono contemporanei al dialogo con Eco.

La violenza, non scordiamolo, fu il battesimo del movimento, con l'aggressione armata da parte dei fascisti il primo febbraio 1977, in cui venne ferito gravemente lo studente di Lettere Guido Bellachioma. Una violenza che subí tutto il movimento, indiscriminatamente, con le morti di Lorusso, Giorgiana Masi58, Walter Rossi.

Questo non giustifica la violenza, cieca e feroce, di chi prese le armi e uccise uomini e donne, nel nome della libertá e della giustizia. Quale che fosse il vestito indossato (eskimo o divisa). Tanti agenti delle forze dell'ordine furono feriti, e anche uccisi (Custrá, Passamonti), negli scontri col movimento, cosí come tanti giovani. Ma se si arrivó a quel punto, la follia non stava solo da una parte.

L'uso della violenza era modulato in base alle analisi e agli obbiettivi politici del movimento. E infatti mai come nelle giornate tra marzo e settembre del Settantasette la critica alla scelta della lotta armata di organizzazioni come le Brigate Rosse fu posta con chiarezza al punto di diventare patrimonio comune di un movimento che osteggiava nei comportamenti e nel suo modo d'essere la presenza di una qualsiasi ``avanguardia armata del proletariato'', senza per questo diventare un emulo del mahatma Ghandi.

E se poi quella distanza tra le organizzazioni combattenti e il movimento si annulló, il discorso investe necessariamente la natura repressiva della risposta che il sistema politico tutto diede a quel movimento.

Infatti, non soffermarsi sulla dialettica all'interno del movimento e tra questo e lo stato significa preferire lo sdegno all'analisi, l'esorcismo alla facoltá stessa di pensare59.

Quanto ho scritto fin'ora, sicuramente poco condivisibile per molti, criticabile da moltissimi punti di vista e poco approfondito per alcuni versi, dovrebbe, peró, aiutare a leggere in quegli anni anche l'altro che pure c'era.

Un tema come quello della violenza politica negli anni settanta meriterebbe ben altra attenzione e approfondimento, rispetto a quanto possa fare io in questo lavoro. Fu un problema di enorme portata, che non si concentró, peró, solo in quegli anni, ma che investí tutti gli anni settanta, cosí come i sessanta, e tanti aspetti diversi della societá italiana.

Rimane il fatto, a mio modestissimo avviso, che fino ad oggi, con rarissime e marginali eccezioni, parlare degli anni settanta è sempre e solo significato parlare di terrorismo.

Per far ció si mette in moto [...] un formidabile apparato dei media, della cultura, un modo di leggere e falsificare la storia degli anni settanta con l'obbiettivo di privare della ``memoria'' qualsiasi soggetto antagonista60.

1.5  Il vaso di Pandora

Il nostro ventenne, a questo punto, avrá sicuramente piú materiale su cui riflettere, piú strumenti. A differenza della la Repubblica, il quotidiano di via Tomacelli mostra la ricchezza di punti di vista che furono propri del movimento del Settantasette. Sicuramente piú di quanto abbia fatto l'intero panorama della carta stampata italiana, fino a questo momento.

E' altressí vero che l'argomento è tale, (per le lacerazioni che causó, e che ancora non si sono sanate, per le ``macerie'' sociali e politiche che lo seguirono e che colpirono tutta la sinistra), che sicuramente non basta il pur pregevole sforzo di un quotidiano a far emergere le memorie di un momento topico della nostra storia contemporanea.

Sempre che ci sia l'interesse che ció avvenga.


Note:

1G. Manfredi, Ma chi ha detto che non c'é, cit.

2AA.VV., millenovecentosettantasette, Roma, manifestolibri, 1997.

3R. Rossanda, Gli anni settanta finirono nel '77, in AA.VV., Settantasette, vol. I, Roma, il manifesto, sd., p. 15.

4N. Balestrini, P. Moroni, L'orda d'oro, Milano, Feltrinelli, 1997, Pp. 434-435.

5Ibid., p. 435.

6Ibid., p. 436. Corsivo mio.

7E' la trasformazione dell'intero paradigma produttivo, e quindi anche trasformazione sociale, a mettere in crisi partiti e gruppi della ``nuova sinistra'', come cercheró di descrivere nella continuazione del paragrafo. <<[... ] la devastante trasformazione produttiva determinó l'entrata in crisi delle forme di rappresentanza extraparlamentari che furono il sensore di una piú vasta crisi che avrebbe poi investito tutte le altre forme di rappresentanza del sistema dei partiti>>, P. Moroni, Cercando il policarpico, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, Roma, il manifesto, sd., p. 7.

8<<Il problema che le elites capitalistiche avevano in comune è che era diventato insufficiente un controllo del mercato del lavoro attraverso le stratificazioni salariali e le divisioni razziali, etniche, sessuali, culturali, in quanto queste differenze avevano finito per rovesciarsi in fattori di insubordinazione e di oraganizzazione autonoma.>>, Ibid., p. 5.

9Cfr. A. Fumagalli, Aspetti dell'accumulazione flessibile in Italia, in S. Bologna e A. Fumagalli (a cura di), Il lavoro autonomo di seconda generazione, Milano, Feltrinelli, 1997, Pp. 133-169.

10M. Revelli, Il luogo perduto del conflitto, in AA.VV., Settantasette, Vol. II, Roma, il manifesto, sd., p. 4.

11Ibid., p. 5.

12P. Virno, Do you remember controrivolution?, in Futuro Anteriore, Vol. I, Parigi-Roma, L'Harmattan, 1995, p. 135. Questo articolo di Paolo Virno è uscito anche nel libro della manifestolibri AA.VV., millenovecentosettantasette, tagliato peró della parte da me citata. La versione completa è infine ripubblicata nella seconda edizione di P. Moroni e N. Balestrini, L'orda d'oro, cit., Pp. 639-657. Le virgolette sono dell'Autore.

13Articoli in seguito riuniti in un libro di successo, Le due societá, cit., il cui sottotitolo è Ipotesi sulla crisi italiana.

14<<Pochi anni dopo cominció a circolare nella Germania federale una formula destinata a duraturo successo: la ``societá dei due terzi''>>, M. Bascetta, Dalle <<due sicietá>> alla societá duale, in AA.VV., millenovecentosettantasette, cit., p. 66.

15Cfr. Ibid., Pp. 61-67.

16Ibid., Pp. 63-64. Le virgolette sono dell'Autore.

17Cfr. S. Bologna e A. Fumagalli, Il lavoro autonomo di seconda generazione, cit., M.  Revelli, Il luogo perduto del conflitto, cit., e, dello stesso autore, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e postfordismo, in P. Ingrao e R. Rossanda, Appuntamenti di fine secolo, Roma, manifestolibri, 1995, Pp. 161-224, P. Virno, Do you remember controrivolution, cit.

18P. Virno, Do you remember controrivolution, cit., p. 136.

19F. Berardi (Bifo), Il mio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. I, cit., p. 20.

20C. Fotia, Il Pci contro i giovani, in AA.VV., millenovecentoettantasette, cit., p. 77. Virgolette dell'Autore

21Ma che qualcosa ``bollisse in pentola'' era evidente giá da qualche anno. Dal 1973, con l'occupazione di Mirafiori descritta sopra; con il movimento, impetuoso anche se breve, dei Circoli del Proletariato Giovanile.

22C. Fotia, Il Pci contro i giovani, cit., p. 79.

23Ibid.

24A. Colombo, Ilmio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., Pp. 14-15.

25P. Virno, Do you remember controrivolution, cit., p. 138. Virgolette e grassetto dell'Autore.

26A. Colombo, Il mio '77, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 15

27P. Echaurren, Parole ribelli. I fogli del movimento del '77, Roma, Stampa Alternativa, 1997, p. 4

28Nome parafrasato da Gandalf il grigio, personaggio di J. R. R. Tolkien, autore del celebre e monumentale romanzo fantasy Il signore degli anelli, uscito proprio nel 1977 per la prima volta in Italia.

29Scena immortalata anche dalle telecamere della Rai, e passata in televisione molte volte nel 1997, durante la trasmissione Blob.

30P. Echaurren, Parole ribelli... , cit., p. 4.

31P. Moroni, Cercando il policarpico, cit., p. 4.

32AA.VV., Sará un risotto che vi seppellirá, cit.

33<<La Fiat è bloccata da uno sciopero ad oltrenza che, per molti aspetti, assomiglia ad una vera e propria occupazione degli stabilimenti. E' il momento culminante della vertenza per il contratto integrativo aziendale. Ma, soprattutto, e' l'ultimo, grande episodio di offensiva operaia negli anni '70. Ne sono protagonisti assoluti i diecimila nuovi assunti, che hanno cominciato a lavorare negli ultimi due anni. Si tratta di operai ``stravaganti'', simili in tutto (mentalitá, abitudini metropolitane, scolarizzazione) agli studenti e ai precari che avevano riempito le piazze nel '77. I nuovi assunti si sono distinti fino a quel momento per un assiduo sabotaggio dei ritmi di lavoro: la ``lentezza'', ecco la loro passione. Con il blocco della Fiat, intendono riaffermare la ``porositá'' o elasticitá del tempo di produzione. Sindacato e Pci li sconfessano, condannando apertamente la loro disaffezione al lavoro>>. P. Virno, Do you remember controrivolution?, cit., Pp. 138-139. Virgolette dell'Autore, grassetto mio.

34Spero sia chiaro che con ``di massa'' io intendo una consistente minoranza.

35<<Perchè in un momento di crisi il proletariato deve mangiare carne di maiale e il borghese carne di vitello?>>, M. Grispigni, Elgio degli invisibili, in AA.VV., millenovecentoettantasette, cit., p. 41.

36Ibid., Pp. 43-44. L'oroginale è Un altro '68, sl., Corrispondente operaio, n. 1, febbraio 1977.

37P. Moroni, Cercando il policarpico, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 5.

38M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 49. Originale Il lavoro rende liberi e belli, sl., La Rivoluzione, n. 0, [febbraio] 1977.

39La rete e il nodo dopo la militanza, s.l. [ma Bologna], A/traverso, s.n., febbraio 1977. In M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 53.

40Ibid., p. 55.

41Ibid., p. 57

42Ibid., p. 55. Cfr. F. Liperi, La rivoluzione via etere, in AA.VV., Settantasette, cit., pp. 105-114.

43Cfr. P. Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano. Appunti per una storia possibile, in AA.VV., Comunitá virtuali, cit.

44Angelo ed Enrico, La storia, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p. 22.

45Ibid. In questo caso chi parla di Torino. Se si confronta con il saggio di Primo Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano, cit., si leggeranno cose quasi completamente indentiche.

46M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 45. <<E tuttavia (va detto subito), se c'è qualcosa che appare profondamente estraneo alla tradizione del movimento operaio (ma non, sostiene Dario Fo, a quella popolare) è certamente il vitalismo creativo>>, M. Monicelli, L'ultrasinistra in Italia. 1968-1977, Roma-Bari, Laterza, 1978, pp. 98-99.

47Guido Giannettini, esponente di spicco del neofascismo italiano e internazionale, implicato in tutte le peggiori azioni terroristiche ``nere'' dal '69 all'80, è, in quegli anni, al soldo dei servizi segreti italiani. Cfr. AA.VV., La strage di stato, Roma, Samoná e Savelli, 1971 e F. Ferraresi, Minacce alla democrazia, Milano, Feltrinelli, 1995, in cui è citato in 34 pagine di un libro di 400. Secondo solo a SIFAR, SID, Delle Chiaie e Freda. Al pari di Evola, Rauti e Fioravanti.

48Francesco Lorusso, giovane militante di Lotta Continua, assasinato dai Carabinieri l'11 marzo 1977, a Bologna.

49La legge ``Reale'' è del 1975, <<un'autentica ``licenza di uccidere'' delegata alle ``forze dell'ordine'' (provocherá 350 vittime nei primi dieci anni di applicazione)>>, N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., p. 661. Vedi anche Centro di iniziativa Luca Rossi (a cura di), 625 Libro bianco sulla Legge Reale, http://www.ecn.org/lucarossi/625/625. Come si vede dalle tabelle tratte da questa inchiesta, nel 1989 saranno 625. <<[...] Il ``colpo accidentale'' viene utilizzato come spiegazione in 65 casi, pari a circa il 10% del totale. [...] Emblematico è in questo senso il dato che si ricava analizzando le prime due voci - posto di blocco o intimazione di alt e inseguimento - che costituiscono la grande maggiornaza dei casi. Ovvero vi è la determinazione a sparare, e quindi ad uccidere, da parte degli agenti, soprattutto in momenti in cui la potenziale vittima è in fuga e non mostra atteggiamento di sopraffazione ma, anzi, sta per scamparla>>. In Ibid., http://www.ecn.org/lucarossi/625/625/tab4.htm

50un compagno, La storia, in AA.VV., Settantasette, Vol. I, cit., p. 24.

51Ibid., p. 25.

52Si fa riferimento, in questo caso, alla manifestazione del Coordinamento cittadino dei Circoli del Proletariato Giovanile del 7 dicembre 1976 a Milano, organizzata per bloccare la ``prima'' della Scala. Manifestazione che finí con scontri durissimi e che segnó la fine del movimento dei CPG. Cfr. AA.VV., Sará un risotto che vi seppellirá, cit. e P. Moroni, Origine dei Centri Sociali Autogestiti a Milano, cit.

53M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., pp. 42-43.

54<<Sullo sfondo della forza devastante della ristrutturazione industriale e del decentramento produttivo che centrifuga i soggetti sociali nei territori metropolitani e nei grandi hinterland segnati dall'intreccio apparentemente inestricabile tra grande, media e piccola fabbrica, terziario e lavoro nero>>, le comunitá, che fino a quel momento avevano fatto da asse della socialitá urbana, vengono spazzate via. Con maggior violenza nelle grandi cittá del nord-ovest. P. Moroni, Cercando il policarpico, cit., p. 7.

55M. Grispigni, Elogio degli invisibili, cit., p. 42.

56Ibid., p. 43. Le sottolineature sono mie.

57B. Vecchi, I luoghi, in AA.VV., Settantasette, Vol. III, cit., p.25.

58<<Io e Bonolli ci trovammo, nel maggio del '77, accucciati dietro una macchina su Corso Vittorio, di fronte a Piazza della Cancelleria, e facemmo una scoperta agghiacciante: che persone della polizia sparavano sui ragazzi che, centinaia di metri piú in lá, oltre il Corso, facevano cucú ai cellerini e tiravano sanpietrini. Mentre io e Bonilli eravamo lí, e con noi un fotografo, arrivó un tipo giovane con maglietta a righe, che si inginocchió, ignorandoci, posó l'avambraccio sul cofano della macchina, prese la mira e cominció a sparare, quei colpi sordi, tup tup, ciascuno dei quali poteva significare uno squarcio nella carne. Qualche ora dopo, sul Ponte Garibaldi, Giorgiana Masi fu uccisa>>, P. Sullo, Il mio '77, in AA.VV., Vol. I, p. 21.

59B. Vecchi,I luoghi, cit, p. 27.

60N. Balestrini e P. Moroni, L'orda d'oro, cit., p. 665.