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La costruzione dell'equazione

Ritenendo che i problemi di una densità non definita positiva e della presenza di soluzioni ad energia negativa fossero sostanzialmente dovuti alla presnza nell'equazione di Klein-Gordon di derivate seconde, Dirac decise di cercare un'equazione in cui comparissero soltanto le derivate prime, la scrisse allora come:

$\displaystyle i\hbar {\partial{\psi}\over \partial t}=-i\hbar c\left( \alpha_1 ...
...x_1}+ \alpha_2 \pd{\psi},{x_2}+\alpha_3 \pd{\psi},{x_3}\right) +m c^2 \beta\psi$ (3.8)

che è ancora nella forma:

$\displaystyle i\hbar {\partial{\psi}\over \partial t}=H \psi \qquad\hbox{dove} \qquad H=c\alpha_i p^i+ m c^2\beta$ (3.9)

e poi impose che questa fosse invariante, che desse una densità definita positiva e che iterata riportasse all'equazione di Klein-Gordon. Come vedremo subito con queste condizioni $ \alpha_i$ e $ \beta$ non possono essere numeri, per questo fece l'ipotesi generale che $ \psi$ fosse un vettore colonna di funzioni:

$\displaystyle \psi=
\begin{pmatrix}
\psi_1\cr
\psi_2\cr
\vdots\cr
\psi_N\cr
\end{pmatrix}$

e $ \alpha_i$ e $ \beta$ matrici $ N\times N$.

Vediamo allora come imponendo le condizioni richieste si determinino le proprietà di queste matrici; una prima, implicita nel fatto che lo spazio è isotropo e omogeneo, è che esse devono essere costanti; vogliamo poi che la (2.8) dia luogo ad un'equazione di continuità; allora prendiamone la coniugata che è:

$\displaystyle -i\hbar {\partial{\psi^\dagger}\over \partial t}=i\hbar c\left(\p...
...er + \pd{\psi},{x_3}
\alpha_3^\dagger \right) +m c^2 \psi^\dagger\beta^\dagger
$

adesso moltiplichiamo la (2.8) per $ \psi^\dagger$ a sinistra e questa per $ \psi$ a destra e sottraiamo l'una dall'altra; si ottiene:

$\displaystyle i\hbar \left( \psi^\dagger {\partial{\psi}\over \partial t} + {\p...
...er \psi \right)+
m c^2 (\psi^\dagger\beta^\dagger\psi - \psi^\dagger\beta\psi)
$

adesso il primo membro di questa è proprio nella forma $ \partial\rho/\partial
t$ dove:

$\displaystyle \rho=\psi^\dagger \psi=\sum_{i=1}^N \psi^*_i \psi_i
\qquad\quad \big(\psi^\dagger=( \psi^*_1, \psi^*_2,\ldots, \psi^*_N)\big)
$

che è evidentemente definita positiva, resta da imporre che il secondo membro sia effettivamente una divergenza; da questo si ottiene subito che deve essere $ \beta^\dagger=\beta$ per eliminare l'ultimo addendo che, non contenendo derivate, non può comunque ridursi ad una divergenza; rimane così solo il termine nella forma:

$\displaystyle \psi^\dagger \alpha_i\pd{\psi},{x_i}+
\pd{\psi^\dagger},{x_i} \alpha_i^\dagger \psi
$

e questa è una divergenza se $ \alpha_i^\dagger=\alpha_i$ nel qual caso si riduce a:

$\displaystyle \pd{},{x_i} (\psi^\dagger\alpha_i \psi)
$

si ottengono così le due condizioni:

$\displaystyle \alpha_i^\dagger=\alpha_i\qquad\hbox{e} \qquad \beta^\dagger=\beta$ (3.10)

che si sarebbero potute ottenere anche imponendo che l'hamiltoniana $ H$ nella (2.9) fosse hermitiana. In definitiva, applicate queste condizioni e diviso il tutto per $ i\hbar$ si ottiene una equazione di continuità per la corrente $ j^\mu$ definita come:

$\displaystyle j^\mu=(c\rho,{\bf j})=
(c\psi^\dagger \psi, c\psi^\dagger \boldsymbol{\alpha}\psi)
$

dove con $ \boldsymbol{\alpha}$ si è indicato il vettore delle $ \alpha_i$.

Resta da imporre l'ultima condizione, e cioè che la (2.8) iterata si riduca all'equazione di Klein-Gordon; esplicitamente si avrà:

\begin{displaymath}
\begin{aligned}
-\hbar^2{\partial^2{\psi}\over \partial t^2}...
...a_k\beta\pd{\psi},{x_k}
\right)+m^2c^4\beta^2\psi
\end{aligned}\end{displaymath}

e vogliamo che questa si riduca alla (2.6), per cui dovremo eguagliare gli stessi termini delle derivate. Per il primo membro siamo già a posto; nel secondo vediamo subito che dal termine in $ \psi$ deriva immediatamente che:

$\displaystyle \beta^2=\un
$

mentre il termine nelle derivate prime, dato che $ k$ e $ i$ sono indici muti lo possiamo riscrivere direttamente come:

$\displaystyle -i\hbar mc^3\left( \alpha_i\beta+\beta\alpha_i\right)\pd{\psi},{x_i}
$

e dunque:

$\displaystyle \alpha_i\beta+\beta\alpha_i=0
$

per le derivate seconde invece bisogna stare attenti, infatti per il teorema di Schwartz esse sono simmetriche rispetto allo scambio degli indici, e quindi non tutti i termini della somma su $ k$ e $ i$ sono indipendenti, ad esempio non si potrà imporre che sia zero $ \alpha_i\alpha_k$ perché anche $ \alpha_k\alpha_i$ si riferisce allo stesso termine, questo termine però si può riscrivere simmetrizzandolo come:

$\displaystyle \left({\alpha_i\alpha_k +\alpha_k\alpha_i\over 2}\right)
{\partial^2\psi\over\partial x_i\partial x_k}
$

ed adesso si è cancellata la parte antisimmetrica (che nel prodotto era comunque nulla perché contratta con quella simmetrica) e queste sono tutte indipendenti, equindi si ottiene:

$\displaystyle \alpha_i\alpha_k +\alpha_k\alpha_i=2\delta_{ik}\un
$

dunque in definitiva le relazioni che otteniamo sono:
\begin{subequations}\begin{align}&\alpha_i\alpha_k+\alpha_k\alpha_i=2\delta_{ik}...
...ha_i=0&\\  &\beta^2=\un & \end{align}<tex2html_comment_mark>34\end{subequations}

queste relazioni, insieme alle (2.10), ci dicono anche che le matrici $ \alpha_i$ e $ \beta$ formano con l'identità un'algebra che è chiamata algebra di Dirac.

Se chiamiamo $ \beta=\alpha_4$ introducendo l'anticommutatore possiamo ricompattare le tre equazioni precedenti nell'unica:

$\displaystyle \{\alpha_i,\alpha_j\}=2\delta_{ij}\un \qquad\hbox{con}\qquad i,j=1\ldots 4$ (3.12)

con queste equazioni possiamo cercare di determinare meglio le proprietà di queste matrici; la (2.12) ci dice che le $ \alpha_j$ anticommutano, cioè che per $ i\ne j$ si ha che:

$\displaystyle \alpha_i\alpha_j=-\alpha_j\alpha_i=(-\un)\alpha_j\alpha_i
$

per cui se prendiamo i determinanti deve essere:

$\displaystyle \det(\alpha_i)\det(\alpha_j)=\det(-\un)\det(\alpha_j)\det(\alpha_i)=
(-1)^N\det(\alpha_j)\det(\alpha_i)
$

e se vogliamo, come richiesto dal fatto che $ \alpha_j^2=\un$, che i determinanti non siano nulli, occorre che $ N$ sia pari.

Un'altra proprietà è che le matrici devono essere a traccia nulla, sempre dall'anticommutazione infatti si ha che $ \alpha_i=-\alpha_j\alpha_i\alpha_j$ per $ i\ne j$ e dunque si ottiene:

$\displaystyle \tr(\alpha_i)=-\tr(\alpha_j\alpha_i\alpha_j)=-\tr(\alpha_j^2\alpha_i)
=-\tr(\alpha_i)
$

sfruttando la proprietà ciclica della traccia e la relazione $ \alpha_j^2=\un$; per cui dovrà essere:

$\displaystyle \tr(\alpha_i)=0\qquad\hbox{per}\qquad j=1\ldots 4
$

Si tratta allora di provare a trovare delle matrici che obbediscano a queste relazioni; il primo tentativo si può fare con $ N=2$; in questo caso matrici idempotenti che commutano fra di loro le conosciamo già, e sono le tre matrici $ \sigma$ di Pauli:

$\displaystyle \sigma_x =
\begin{pmatrix}
0&1\cr
1&0\cr
\end{pmatrix}\qquad
...
...r
\end{pmatrix}\qquad
\sigma_z=
\begin{pmatrix}
1&0\cr
0&-1\cr
\end{pmatrix}$

e queste sono a traccia nulla ed hermitiane, però sappiamo anche che queste più l'unità formano una base per le matrici $ 2\times 2$, cioè data una matrice $ 2\times 2$ qualsiasi $ A$ essa può essere scomposta unicamente come:

$\displaystyle A=a_0\un+a_k\sigma_k =a_0\un+{\bf a}\cdot\boldsymbol{\sigma}
$

ora se cerchiamo un'altra matrice che anticommuti con tutte le $ \sigma$ e ne sia indipendente, da questa otteniamo che deve avere un $ a_0$ non nullo, ed allora non può anticommutare, perché l'identità non lo fa mai.

Allora con $ N=2$ il gioco non funziona; possiamo però vedere che con $ N=4$ la cosa è possibile, e senza stare a far conti per trovarle si può verificare che se prendiamo:

$\displaystyle \alpha_i= \begin{pmatrix}0&\sigma_i\cr \sigma_i&0\cr \end{pmatrix} \qquad \beta= \begin{pmatrix}\un& 0 \cr 0&-\un \cr \end{pmatrix}$ (3.13)

(dove $ \sigma_i$ e $ \un$ e 0 sono matrici $ 2\times 2$) queste verificano tutte le (2.11) e sono a traccia nulla ed hermitiane. Abbiamo allora trovato quattro matrici che soddisfano le relazioni richieste e per questo vengono dette una ``rappresentazione'' dell'algebra definita dalle (2.11), ed in particolare questa è chiamata rappresentazione di Dirac.

L'espressione (2.13) non è l'unica possibile, si può dimostrare come una qualunque trasformazione unitaria $ S$ di matrici che soddisfano le (2.11) è ancora una rappresentazione valida, la verifica è immediata usando la (2.12), infatti:

$\displaystyle \alpha'_i\alpha'_j+\alpha'_j\alpha'_i=
S\alpha_iS^{-1}S\alpha_jS^...
...alpha_iS^{-1}
=S(\alpha_i\alpha_j+\alpha_j\alpha_i)S^{-1}
=2\delta_{ik}SS^{-1}
$

quindi l'algebra è invariante, l'altra condizione è che le $ \alpha'_i$ siano ancora hermitiane, ma:

$\displaystyle (\alpha'_i)^\dagger=(S\alpha_i S^{-1})^\dagger=
(S^{-1})^\dagger(\alpha_i)^\dagger S^\dagger=
(S^{-1})^\dagger(\alpha_i)S^\dagger
$

ed essendo $ S$ unitaria da $ S^\dagger=S^{-1}$ segue $ (S^{-1})^\dagger=
S^{\dagger\dagger}=S$ e dunque:

$\displaystyle (\alpha'_i)^\dagger=S\alpha_i S^{-1}=\alpha'_i
$

ecco dunque che da una rappresentazione se ne possono ottenere quante se ne vuole attraverso una trasformazione unitaria; la condizione di unitarietà è comunque necessaria, perché una trasformazione qualsiasi pur lasciando identica l'equazione di Dirac non conserverebbe la densità $ \rho$ definita prima, è banale verificare invece che questo avviene per trasformazioni unitarie, che conservano anche la corrente j (quest'ultima condizione comunque non è strettamente necessaria dato che j è sempre definita a meno di un vettore solenoidale).

Trovata una rappresentazione dell'algebra di Dirac per $ N=4$ sorge spontanea la domanda se ci possano essere altre rappresentazioni significative con $ N>4$; si può dimostrare che ci sono rappresentazioni di quest'algebra per ogni $ N$ multiplo di 4, ma che esse non hanno alcun significato fisico ulteriore dando luogo ad equazioni disaccopiate che si riducono a quella con $ N=4$.


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Simone Piccardi 2003-02-20