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La costruzione dell'equazione
Ritenendo che i problemi di una densità non definita positiva e della presenza
di soluzioni ad energia negativa fossero sostanzialmente dovuti alla presnza
nell'equazione di Klein-Gordon di derivate seconde, Dirac decise di cercare
un'equazione in cui comparissero soltanto le derivate prime, la scrisse allora
come:
 |
(3.8) |
che è ancora nella forma:
 |
(3.9) |
e poi impose che questa fosse invariante, che desse una densità definita
positiva e che iterata riportasse all'equazione di Klein-Gordon. Come vedremo
subito con queste condizioni
e
non possono essere numeri,
per questo fece l'ipotesi generale che
fosse un vettore colonna di
funzioni:
e
e
matrici
.
Vediamo allora come imponendo le condizioni richieste si determinino le
proprietà di queste matrici; una prima, implicita nel fatto che lo spazio è
isotropo e omogeneo, è che esse devono essere costanti; vogliamo poi che la
(2.8) dia luogo ad un'equazione di continuità; allora
prendiamone la coniugata che è:
adesso moltiplichiamo la (2.8) per
a
sinistra e questa per
a destra e sottraiamo l'una dall'altra; si
ottiene:
adesso il primo membro di questa è proprio nella forma
dove:
che è evidentemente definita positiva, resta da imporre che il secondo
membro sia effettivamente una divergenza; da questo si ottiene subito che deve
essere
per eliminare l'ultimo addendo che, non contenendo
derivate, non può comunque ridursi ad una divergenza; rimane così solo
il termine nella forma:
e questa è una divergenza se
nel qual caso si
riduce a:
si ottengono così le due condizioni:
 |
(3.10) |
che si sarebbero potute ottenere anche imponendo che l'hamiltoniana
nella (2.9) fosse hermitiana. In definitiva,
applicate queste condizioni e diviso il tutto per
si ottiene una
equazione di continuità per la corrente
definita come:
dove con
si è indicato il vettore delle
.
Resta da imporre l'ultima condizione, e cioè che la
(2.8) iterata si riduca all'equazione di Klein-Gordon;
esplicitamente si avrà:
e vogliamo che questa si riduca alla (2.6), per cui dovremo
eguagliare gli stessi termini delle derivate. Per il primo membro siamo già a
posto; nel secondo vediamo subito che dal termine in
deriva
immediatamente che:
mentre il termine nelle derivate prime, dato che
e
sono indici muti lo
possiamo riscrivere direttamente come:
e dunque:
per le derivate seconde invece bisogna stare attenti, infatti per il teorema di
Schwartz esse sono simmetriche rispetto allo scambio degli indici, e
quindi non tutti i termini della somma su
e
sono indipendenti, ad
esempio non si potrà imporre che sia zero
perché anche
si riferisce allo stesso termine, questo termine però si può
riscrivere simmetrizzandolo come:
ed adesso si è cancellata la parte antisimmetrica (che nel prodotto era
comunque nulla perché contratta con quella simmetrica) e queste sono tutte
indipendenti, equindi si ottiene:
dunque in definitiva le relazioni che otteniamo sono:
queste relazioni, insieme alle (2.10), ci dicono
anche che le matrici
e
formano con l'identità un'algebra
che è chiamata algebra di Dirac.
Se chiamiamo
introducendo l'anticommutatore possiamo
ricompattare le tre equazioni precedenti nell'unica:
 |
(3.12) |
con queste equazioni possiamo cercare di determinare meglio le proprietà di
queste matrici; la (2.12) ci dice che le
anticommutano, cioè che per
si ha che:
per cui se prendiamo i determinanti deve essere:
e se vogliamo, come richiesto dal fatto che
, che i
determinanti non siano nulli, occorre che
sia pari.
Un'altra proprietà è che le matrici devono essere a traccia nulla, sempre
dall'anticommutazione infatti si ha che
per
e dunque si ottiene:
sfruttando la proprietà ciclica della traccia e la relazione
;
per cui dovrà essere:
Si tratta allora di provare a trovare delle matrici che obbediscano a queste
relazioni; il primo tentativo si può fare con
; in questo caso matrici
idempotenti che commutano fra di loro le conosciamo già, e sono le tre matrici
di Pauli:
e queste sono a traccia nulla ed hermitiane, però sappiamo anche che queste
più l'unità formano una base per le matrici
, cioè data una matrice
qualsiasi
essa può essere scomposta unicamente come:
ora se cerchiamo un'altra matrice che anticommuti con tutte le
e
ne sia indipendente, da questa otteniamo che deve avere un
non nullo, ed
allora non può anticommutare, perché l'identità non lo fa mai.
Allora con
il gioco non funziona; possiamo però vedere che con
la
cosa è possibile, e senza stare a far conti per trovarle si può verificare che
se prendiamo:
 |
(3.13) |
(dove
e
e 0 sono matrici
) queste verificano tutte
le (2.11) e sono a traccia nulla ed hermitiane. Abbiamo
allora trovato quattro matrici che soddisfano le relazioni richieste e per
questo vengono dette una ``rappresentazione'' dell'algebra definita dalle
(2.11), ed in particolare questa è chiamata
rappresentazione di Dirac.
L'espressione (2.13) non è l'unica
possibile, si può dimostrare come una qualunque trasformazione unitaria
di
matrici che soddisfano le (2.11) è ancora una
rappresentazione valida, la verifica è immediata usando la
(2.12), infatti:
quindi l'algebra è invariante, l'altra condizione è che le
siano
ancora hermitiane, ma:
ed essendo
unitaria da
segue
e dunque:
ecco dunque che da una rappresentazione se ne possono ottenere quante se ne
vuole attraverso una trasformazione unitaria; la condizione di unitarietà è
comunque necessaria, perché una trasformazione qualsiasi pur lasciando identica
l'equazione di Dirac non conserverebbe la densità
definita prima, è
banale verificare invece che questo avviene per trasformazioni unitarie, che
conservano anche la corrente j (quest'ultima condizione comunque non è
strettamente necessaria dato che j è sempre definita a meno di un vettore
solenoidale).
Trovata una rappresentazione dell'algebra di Dirac per
sorge spontanea la
domanda se ci possano essere altre rappresentazioni significative con
; si
può dimostrare che ci sono rappresentazioni di quest'algebra per ogni
multiplo di 4, ma che esse non hanno alcun significato fisico ulteriore dando
luogo ad equazioni disaccopiate che si riducono a quella con
.
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Simone Piccardi
2003-02-20